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Melanesia, melanesiani e uomini bianchi


"Viaggiare e' fatale ai pregiudizi, ai bigottismi e alle menti ristrette"


La Melanesia è la regione del pacifico che comprende quattro stati indipendenti, Fiji, Vanuatu, Solomon Islands, Papua New Guinea.
E un'altra isola, la Nuova Caledonia, territorio d'oltremare francese.
"La domanda nasce spontanea": cosa c'entra la Francia con un'isola dell'Oceania?
Beh, certo, la Nuova Caledonia è il male minore, in quella parte di mondo. Basta ricordare che per trent'anni, dal 1966 al '96 quelli di "Liberté, Égalité, Fraternité", hanno testato le loro armi nucleari in Polinesia -quella francese, ci mancherebbe- regalando devastazione e morte.
Leggo (e sale la rabbia) che gli indigeni caledoniani, i Kanak, sono minoranza a casa loro per la politica colonizzatrice francese. Il kanak più ricco pare disponga di 15 ettari di terreno contro i 350 che toccano a ciascun colono bianco. Sull'isola ci sono 3500 poliziotti francesi, uno ogni 40 abitanti. Nel 2018 si terrà un referendum per l'indipendenza della Caledonia; i fran-scesi faranno di tutto per non concederla.
"Padroni a casa nostra", "Dobbiamo aiutarli a casa loro".
Piuttosto dovremmo andarcene da casa loro.
E non solo dalla Nuova Caledonia, ovvio.

Sono stato in Melanesia due volte; a maggio 2016 in Papua New Guinea e poi, cinque mesi fa, a Vanuatu e Isole Solomone, prima di tornare a Papua NG.
La prima cosa evidente, almeno a chi non va a fare il turista col braccialetto nei resort occidentali, è l'incredibile, per certi versi imbarazzante, ospitalità dei melanesiani.
Sulle guide occidentali, Papua Ng e Isole Solomone, in particolare le rispettive Capitali Port Moresby e Honiara, vengono etichettati come luoghi pericolosi dove esercitare massima prudenza, se non addirittura da evitare. Tutto falso, ovviamente. E allora viene il sospetto che questo terrorismo mediatico sia premeditato: chi è arrivato per primo ha trovato il "giardino delle delizie", se ne è appropriato, e vuole tenerlo per sé.
Non so come funziona alle Fiji, ma mi è bastato poco per capirlo a Vanuatu, Solomone e Papua NG. C'è una grossa differenza tra questi tre Paesi, ma il comune denominatore è che la maggior parte delle attività produttive sono in mano ai bianchi (e da un po' pure ai gialli) mentre i melanesiani continuano ad essere depredati delle loro risorse.
Vanuatu è, semplicemente, il paradiso. Bellezza del mare, dei paesaggi, della gente. L'atmosfera che si respira è estasiante. Ho impiegato una manciata di minuti dal momento in cui sono atterrato a Port Vila, la Capitale, per prenderne coscienza. Ci sono arrivato dopo la trasvolata pacifica da Santiago del Chile ad Auckland, sei ore in aeroporto, di cui una alla dogana per convincere una paranoica funzionaria "kiwi" che stava perdendo tempo e risorse cercando droga nelle mie cose, e altre tre di B737 di Air Vanuatu.
Ho affittato un'auto preferendo una compagnia locale alle multinazionali e quel primo impatto con i vanuatesi mi aveva fatto già intuire a cosa sarei andato incontro. Un solo scambio di mail e subito la conferma, senza formalità o richiesta di carta di credito a garanzia:

"Sig Marotta troverà una Clio marrone nel parcheggio dell'aerostazione, le chiavi le potrà ritirare al Service Center di fronte al bancomat. Poi viene da noi per firmare il contratto. Siamo aperti fino alle 17,00"
Chiedo:
"E se per caso non facessi in tempo, sa un ritardo...?" "Ci vediamo la mattina successiva"
"..."

Al Service Center nella sala arrivi del piccolo aeroporto di Port Vila una busta a mio nome con una chiave anonima c'era davvero. Ma nel piccolo parcheggio nessuna Clio marrone. A vuoto il tentativo di sentire il "click" delle porte premendo il pulsante della chiave, l'ultima carta, e sarà vincente, cercare se tra le auto ci fosse quella con la targa "16646" riportata sul portachiavi.
E c'era. Una splendida Dacia Sandero blu.
Divertito, mi dirigo verso l'ufficio della "Go2rent" dove arriverò alle 16,30. Tutt'altro che preoccupata la gentile signora mi chiede di cosa avessi bisogno.
"Sono quello della Clio marrone...".
"Ah,si... senti, stiamo per chiudere, ci possiamo vedere domani mattina?"
Ecco, questo è il loro stile di vita. Rilassato e senza paranoie. E si fidano. E questa fiducia è stata, e continua ad essere, la loro rovina. Sulla loro ingenua buonafede si sono avventati, senza pietà, gli avvoltoi bianchi. Come se non bastasse, da un po' sono arrivati anche i cinesi.
Poveri loro.
Vanuatu è terra di riciclaggio. Il centro commerciale più grande –l’unico palazzo in vetro- si chiama con due nomi maschili italiani...
Enormi aree, lungo il perimetro di Éfaté -l'isola più importante dell’arcipelago di Vanuatu, dove è situata la Capitale e l'unico aeroporto internazionale- sono recintate da inquietanti muri di cemento con il cartello "Proprietà privata". I bianchi, -non solo italiani, ovvio- rubano, con l'arma della corruzione, ettari di terreno a ridosso della spiaggia e costruiscono ville o costosi resort.
I vanuatesi, purtroppo, non comprendono la portata di questo scempio e lo tollerano;
anzi, guardano quasi con ammirazione e rispetto i loro predatori. Accolgono gli stranieri -tutti, senza distinzione- con un sorriso e quel "Guuud moniiiiing" (*) cantilenato è ancora impresso nella mia mente e mi rende schiavo della nostalgia.

















Bianco: "Capita spesso uno tsunami a Vanuatu?"
Vanuatese: "Ogni due anni, in media"
B.:"Meno male che ci sono ci sono questi cartelli, vi indicano come comportarvi"
V.:"Questi cartelli non li abbiamo mai letti (roba australiana o neozelandese) sono migliaia di anni che ci difendiamo da soli -e sappiamo farlo benissimo- da uno tsunami"
B.:"..."



"Benvenuto" , "Grazie per essere stato da noi", "Torna presto"
le parole magiche che ascoltavo in continuazione, più volte al giorno.
Vivono in pace e con semplicità, nei loro piccoli villaggi, in comunità. Le loro case, fuori dalla Capitale, sono splendide capanne di legno e paglia, senza vetri alle finestre.
Sono eccezionali pescatori, col machete non offendono, ma sanno lavorare il legno ad arte. Le palme di cocco il loro oro e sanno scalarle a mani e piedi nudi per raccogliere le noci a qualsiasi altezza. Sono poche le attività produttive che -a casa loro- gestiscono; sostanzialmente i mercati. In quello principale di Port Vila, arrivano dai villaggi e vi restano per giorni. Di notte dormono tra i banchi della loro mercanzia e sono sempre disposti a chiacchierare, rigorosamente sorridendo, a chi si avvicina. Non chiedono soldi, nessuna pressante offerta di acquistare la loro merce.

Un capitolo a parte merita la “kava”, uno dei pilastri della cultura melanesiana. Un intruglio liquido color cemento, disgustoso al mio palato, che si ricava dalle radici di una pianta a foglia grande non molto dissimile dal tabacco. Che stordisce ed inebria. E di cui i vanuatesi sono dipendenti e, sembra che non riescano proprio a farne a meno. Ufficialmente la kava è vietata, ma di fatto no. Ci sono decine di punti, nei villaggi, dove viene prodotta durante il giorno e acquistata e/o consumata nello stesso luogo dopo il tramonto. L’accensione di una lampada rossa posta sulla strada nei pressi del produttore segnala che la kava è pronta.

Per il mio modo di viaggiare, soprattutto in certi Paesi la chiave è una soltanto: trovare la guida giusta. Che non ha niente a che vedere con quelle "ufficiali-in-lingua-italiana-di-alpitour". Dove serviva, ad esempio in Afghanistan, Haiti, Bangladesh, Turkmenistan, la dea bendata mi ha riconosciuto.
Anche a Vanuatu.
Mi sono bastati tre quarti d'ora del primo giro esplorativo per capitare nel posto giusto. Eton. E mentre i minibus dei turisti diretti ai resort e quelli dei "tour-sei-ore-pranzo-compreso-a-100-dollari" sfrecciavano lungo la strada principale o, nella migliore delle ipotesi, si fermavano per qualche istante per dar modo ai passeggeri (senza scendere dal veicolo: sarà pericoloso?) di scattare, con i loro giganteschi apparati, le foto, io socializzavo col capo villaggio, entravo nella scuola, giocavo a calcio con i bambini. E molto altro.
In compagnia o da solo ho percorso più volte, in senso orario o inverso, la strada perimetrale di Éfaté, che è anche l'unica pavimentata, di circa 120 km. Ho dormito pochissimo durante il mio breve soggiorno vanuatese, ma non ho perso un tramonto. E nemmeno un'alba. Ho ammirato più volte l'arcobaleno a 180° e nuotato in piscine naturali.
Ma, soprattutto, ho conosciuto gente fantastica che ha raggiunto il mio cuore. E, mi piace sperare, che qualche loro cuore sia riuscito a raggiungerlo anche io.
La cosa terribile di Vanuatu -terribile davvero- è (dover) andar via. L'ultimo sorriso è quello della ragazza del duty free shop: il suo "Plìs come again" (*) deve essere assolutamente onorato.

(*) A Vanuatu si parla una quantità esagerata di dialetti, ma la lingua comune è il Bislama, una sorta di inglese scorretto, “broken english”, come ho sentito dire a Papua.




Sono stato in Vanuatu a giugno del 2017