Melanesia III


"Puoi leggere tutti i libri del mondo, ma le migliori storie sono tra le pagine del tuo passaporto"


La mia terza volta in Melanesia e stavolta, complice un volo cancellato di Air Niugini -che mi ha obbligato, con immenso piacere, a passare una notte in più ad Honiara ed una non prevista a Port Moresby a spese della compagnia- sono stato in tutti e quattro gli Stati che appartengono a questa regione del Pacifico meridionale.
Ne fa parte anche un quinto, la Nuova Caledonia, ma è territorio d'oltremare francese ed è un valido motivo per non metterci piede.
Ma la prima tappa è stata l'Asia. Bangkok, poi Singapore. E volo diretto Fiji Airways per Nadi. Solo tre giorni alle Fiji, perché la meta era Vanuatu. Tre settimane tra Éfaté, Espiritu Santo e Malekula, prima di spostarmi alle Solomone. Cancellato il volo del 7 novembre per Port Moresby, ho trascorso una notte in più ad Honiara ed una a Port Moresby. Ritono a casa via Manila ed è sempre un piacere mettere piede nella meravigliosa terra filippina.



HAKA IN STILE FIJANA


Dei quattro Stati Sovrani della Melanesia, la Repubblica di Fiji è il più famoso, il più visitato e -probabilmente per questo motivo- quello che mi ha affascinato meno.

Ma anche solo per ammirare l'atterraggio su Nadi dal finestrino del (vecchio) Airbus A330 della compagnia di bandiera del Paese, dopo dieci ore di volo da Singapore, è valsa la pena andarci. Naturalmente sono ben altri i più validi motivi, a cominciare dalla bellezza dei panorami, un mare cristallino e la gentilezza degli abitanti.
Una parola si sente in continuazione alle Fiji, ripetuta ossessivamente da tutti, a tutte le ore, e presto coinvolge anche me:

Bula!

E' l'equivalente del nostro ciao, accompagnato da un sorriso trascinante.
Da qualche parte mi pare di aver letto che quella delle Fiji sia la popolazione più felice della terra. Bastano tre giorni per capire che ci sono valide ragioni perché ciò sia vero.

Troppo breve il mio soggiorno a Viti Levu, l'isola più grande dove sorgono le due principali città, Suva -la Capitale- e Nadi -sede dell'Aeroporto principale del Paese- dove sono atterrato.
Con un auto a noleggio di un operatore locale, ho percorso parte del perimetro della costa prima di lanciarmi in sentieri meno battuti.
Il venerdì le lezioni durano mezza giornata e il pomeriggio è dedicato all'attività fisica; ho giocato a calcio con i ragazzini di una scuola elementare ma il loro sport, ovvio, è il rugby.
E mi hanno dedicato una splendida danza Haka!






VANUATU e VOLONTARIATO


Durante la mia permanenza nel nord di Éfaté, a Paunangisu,
ogni mattina -dopo la ricca colazione, la prima passeggiata in spiaggia e, quando il vento lo permetteva, anche un giro in canoa- sostituivo il professore di matematica nella bellissima ed ampia scuola del villaggio

Memorabili (!) lezioni di algebra, geografia, italiano, con la sciarpa di (e del) Napoli in bella vista. Ma sono stati i bambini di quella "sesta" ad aver insegnato qualcosa a me, piuttosto che io a loro.
Emozionante, durante le passeggiate serali, sentire il mio nome, urlato dalle loro case:

"Hi Paolo, Hi Prof!".
Una lacrimuccia, l'ultimo giorno, nel momento del triste commiato.


***

Su uno dei principali quotidiani italiani qualche giorno la triste vicenda del rapimento di una giovane italiana in missione in Kenya, un articolo che ho trovato banale ed ipocrita, cominciava così:

"I ragazzi volontari nel mondo come Silvia. Si sono lasciati famiglie e amici alle spalle per un sogno speciale: dedicare le proprie competenze all'assistenza di chi soffre. Anche a costo di affrontare situazioni pericolose..."

Ma "volontari" di cosa? Fanno un lavoro come altri, altrettando dignitosi (netturbino, panettiere cos'avrebbe di meno?), con la la differenza che il loro stipendio è pagato con soldi ricavati da ridicoli spot a cui abbocca qualche "tenero di cuore":

"Jack ha bisogno di te", "Solo tu puoi aiutarli", "In Niger c'è la guerra..."

E se, piuttosto, ci spiegassero perché ci sono le guerre in Africa e chi vende loro le armi?
E se, soprattutto, si cominciassero a pagare per quanto valgono le risorse africane?
Un solo esempio: quanto guadagnano i contadini delle piantagioni di cacao della Costa D'Avorio? Perché non obbligare le multinazionali che di quelle coltivazioni beneficiano per le loro industrie a pagare quei lavoratori alle stesse condizioni ...di un contadino della Borgogna, ad esempio)?
Ma poi, come farebbero i maestri chocolatier svizzeri e belgi a deliziare a basso costo, i nostri palati?
Questo sistema è stato creato per alimentare e sostenere il nostro stile di vita che, probabilmente, crollerebbe rapidamente, se venissero a mancare molte risorse a basso costo di cui non disponiamo.


***

Ma sfruttarli non ci basta. Dobbiamo anche aiutarli.
A casa nostra, a casa loro, ovunque. Basta che ci sia un business. Le ONG si sbracciano nel pubblicare i loro bilanci, redatti da società a loro esterne, per assicurare che il loro operato avviene in totale "trasparenza".
La loro onestà è solo un aspetto della vicenda. Solo marginale. Andrebbe, invece, totalmente rivista la filosofia degli "aiuti", che lascia gran parte delle risorse raccolte per il "terzo mondo" nel "primo" (gli stipendi degli operatori, le spese di trasporto, alloggio, strumenti, medicinali etc).
Quante sono nel mondo occidentali le aziende (e dunque gli addetti) che vivono "aiutando" i poveri?
Ecco, invece di continuare ad "aiutarli" in questo modo, si potrebbe cominciare a farlo semplicemente "pagando" loro le risorse di cui ci appropriamo.







LA TRUFFA DELL'OLIO DI PALMA


Seicentomila, tanti gli abitanti delle Isole Solomone, uno dei quattro Stati sovrani della Melanesia costituito da poco meno di mille isole, situato ad est di Papua New Guinea,
a nord ovest di Vanuatu e a nord est dell'Australia.

I solomoniani vivono in baracche, si nutrono di pesce e frutta e passano gran parte del loro tempo a masticare le disgustose betel nut; se dipendesse da loro vivrebbero come tre o trenta secoli fa e, probabilmente, ci sarebbe ancora il cannibalismo.
E allora i ricchi e sviluppati Paesi del "primo mondo", in testa la civilissima Australia, li depredano delle risorse, dando loro poco in cambio.

Ad ottobre la mia terza volta in Melanesia, la seconda alle Solomone. Adesso inizio ad avere un'idea abbastanza chiara di Guadalcanal, l'isola più grande e più importante del Paese, su cui si trova la Capitale Honiara.
Non è un Paese adatto ai turisti e anche di viaggiatori se ne vedono pochi. Dunque è un posto molto interessante per i pochi che ci arrivano, nonostante le tante difficoltà che s'incontrano, a cominciare dal prezzo degli alloggi.
Vengo a sapere che a Tetere , un villaggio a 30 km ad est dalla Capitale, c'è un ospedale costruito da italiani e, accanto, una "Casa Don Bosco".
Sarà quella una delle mie escursioni.
Così, un buon mattino, dopo il solito giro ad Henderson , il quartiere in cui avevo trovato casa e al meraviglioso mercato di fronte all'aeroporto, cerco un mezzo pubblico per Tetere. Che trovo senza particolari patemi
L'ospedale c'è davvero; è una struttura dignitosa che si sviluppa su un solo piano e su una superficie molto ampia, ma che, ovviamente, niente ha a che vedere con una occidentale.
"Comanda" una suora peruviana molto attiva e altrettanto loquace, che conosce anche l'italiano per aver vissuto dieci anni nel Bel Paese. Vorrei chiederle tante cose, ma non può dedicarmi tempo; le emergenze si susseguono. Un anziano uomo in barella, una ragazza con il volto sanguinante; brividi percorrono la mia schiena nel vedere un padre con il suo bimbo sudato tra le braccia, tremante e in crisi respiratoria: è malaria .
Il prete della casa "Don Bosco" attigua al nosocomio, don Angelo, è nativo di Reggio Emilia e da 30 anni opera nel Pacifico. La struttura è moderna, con scuole e dormitori per studenti. Enormi spazi aperti, un campo di calcio in perfette condizioni, uno di basket nel quale mi cimenterò nella mia solita, impeccabile, esibizione nel tiro da tre: 100% (di tiri sbagliati).
Il prelato è una considerevole fonte di informazioni; mi racconta molte cose riguardo lo stile di vita dei solomoniani e mi rassicura circa il rischio malarico:
"Tranquillo qui la malattia ha effetti quasi mai mortali".
Quel quasi mi inquieterà un pomeriggio intero...

***

Durante il tragitto mi avevano colpito le lunghe distese di piantagioni di palme, visibili a partire da un certo punto del percorso verso Tetere.
Avevo provato a chiedere all'autista del bus su cui viaggiavo chi fosse il proprietario di quella coltivazioni, senza risultato.
Nemmeno Don Angelo mi saprà dare risposte, ma io lo voglio sapere.
E così il mattino seguente sono di nuovo in viaggio verso Tetere. L'autista del bus mi racconta che a GiBBOL2 -un villaggio in mezzo alla foresta 3,5 km oltre Tetere- c'è un impianto da cui si ricava olio da queste palme e che il mezzo è proprio in quel villaggio che farà capolinea.
Molto interessante. Ma intanto mi faccio lasciare in mezzo alle piantagioni di palme, impressionanti per vastità, anche in larghezza; in alcuni punti, a perdita d'occhio.
I proprietari non sono locali, ma principalmente australiani e malesiani, così mi dicono i contadini che incontro, gentilissimi e disponibili al dialogo, come del resto sono tutti i melanesiani. Mi raccontano che dove ora ci sono le palme, una volta c'erano risaie e i ricchi stranieri sono riusciti, con pochi soldi, a convincere facilmente i poveri e sprovveduti indigeni che coltivare palme da olio sia più vantaggioso del riso.

"Più vantaggioso, per chi?" -chiedo, retoricamente-
"Per tutti e due" -mi risponde uno- Mazziati e cornuti.
Le terre, ad onor del vero, restano di proprietà dei solomoniani e da esse ricavano (misere) royalties da chi gestisce le piantagioni. Almeno questo.
"E quindi il riso è scomparso dalla vostra dieta?"-chiedo-
Ride: "No, lo compriamo"
Riso cinese importato da aziende australiane...

Ricapitolando:
i solomoniani avevano le risaie; i bianchi le hanno sostituite con le coltivazioni di palme, da cui ricavano materia prima per le loro industrie alimentari. In cambio di quattro spiccioli. Che si riprendono vendendo loro riso cinese.
Non è fantastico?

***

Non resta che andare a vedere l'impianto da cui si ricava l'olio. Dura poco l'attesa di un mini bus per percorrere i pochi i km che restano e dopo aver transitato nuovamente davanti all'ospedale "italiano" giungo a GiBBOL2 , un grazioso villaggio, ben organizzato, relativamente pulito. Di capanne.
Al piccolo mercato, ben fornito di frutta e verdura, mi fermo per una breve sosta consumando la prima tranche della quotidiana razione di ananas e noce di cocco. Meraviglia.
Lo stabilimento si trova nell' immediata periferia a nord della città: una struttura grande, ma non invadente. Non so se e quanto inquini, ma almeno non è un "mostro". Provo ad avvicinarmi, ma prima di riuscire a scattare foto qualcuno mi suggerisce, con tono inequivocabile, di non farne e, anzi, di allontanarmi rapidamente.
Non serve farmelo ripetere e allora mi accontenterò di passeggiare nel paesello percependo diffidenza, senza tuttavia incorrere in ulteriori minacce o fastidi. I bambini giocano a bocce con pietre e tappi di bottiglie e adorano essere fotografati. Gli adulti pure.
Tutti, direttamente o meno, lavorano in/per quella fabbrica; quanto sia il loro salario non sono riuscito a saperlo. Ma le condizioni di vita nel villaggio consentono di trarre ovvia conclusione: pochi spiccioli.

***

"Ma l'olio ricavato dalle palme che fine fa?". Prende la via della Malesia e dell'Australasia ("aussies" e "kiwis") dove viene utilizzato con larghi profitti nell'industria alimentare. Verrebbe da chiedersi perché non vengano impiantate fabbriche direttamente in loco, ma forse farebbe concorrenza a quelle australiane...

***

Da qualche tempo, pare che questo vegetale potrebbe far male alla salute. Va di moda la scritta:
"Senza olio di palma", sulle confezioni dei prodotti occidentali.
Cosa sarà, allora, di tutte quelle piantagioni, quando a chi lo fa adesso non sarà più conveniente sfruttarle?
Saranno reimpiantate quelle di riso?
Verranno risarciti i danni subiti dalle popolazioni indigene?