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Frontiere


"L'avvicinarsi di una frontiera aumenta sempre l'eccitazione, intensifica l'emozione...La frontiera è stress, è paura"
(Ryszard Kapuscinski - Imperium)


Varcare una frontiera genera sempre un senso di liberazione. E' l'istante in cui si apre un nuovo capitolo del viaggio:
si sta per cambiare lingua, valuta, cultura.
Comincia un' altra avventura.

Ogni frontiera ha una storia a sé: procedure diverse, più o meno lunghe e farraginose, controlli più o meno accurati, moduli da compilare. Dipende dal "colore" del passaporto, dall'umore dei doganieri, dal mezzo di trasporto sul quale si viaggia. Sperando che non sia l'ora della pausa...
A parte un breve salto a Nova Gorica nel 1982, la prima frontiera terrestre superata è stata Italia-Svizzera a Chiasso, dicembre 1985 e alcuni giorni dopo, la notte di Capodanno, Ch-De-Fr-Ch, intorno a Basilea, nel giro di poche ore.
Un'emozione immensa, avevo da poco compiuto 18 anni e fu quella, forse, la notte che realizzai che viaggiare sarebbe stata la mia droga.




"Frontiere di cielo, di mare, di terra"

Anche quelle portuali e aeroportuali hanno il loro fascino, ad esempio l'attracco a Zamboanga -agosto 2000- con l'esercito schierato a protezione della nave da Sandakan o quel: "Italian, come here!", all'aeroporto di Bishkek, unico occidentale atterrato dal volo da Istanbul quella mattina, ma le vere "sfide" sono le frontiere terrestri.


Le piu' dure in Asia centrale, su tutte Tajikistan-Afghanistan a Shir Khan Bandar con la lunga battaglia di nervi contro i doganieri tajiki che proprio non volevano arrendersi all'idea che fossi soltanto un viaggiatore. Fui costretto a mettere mano al portafogli per "oliare" la procedura, mentre dal versante afghano fu poco piu' di una formalita'.

Stupiti anche quelli cambogiani al confine con il Vietnam di Cửa khẩu Lệ Thanh, dove giunsi dopo 40 km di strada sterrata su un motorino.
"Che cosa ci fai, tu, qui?"
Probabilmente pensarono i doganieri cambogiani e, dopo aver effettuato controlli molto "light", divertiti, acconsentirono a fare una foto assieme.
Tutt'altra storia dal lato Vietnamita, con controlli rigidi e professionali,
ero solo e l'attesa fu nulla.


Di nuovo in Asia Centrale, altra sfida di nervi al confine Uzbekistan-Tajikistan di Melnikovo. Lì mi ritrovai, da solo, davanti ad un cancello socchiuso a protezione di una torretta con un soldato armato fino ai denti e l'edificio doganale sullo sfondo, a qualche centinaio di metri. Un cenno per chiedere se potevo avanzare: ignorato. Sfoggio del mio russo: "таможня?", niente. Esibizione del passaporto, ancora niente. "Prima o poi arriverà qualcuno", pensavo mangiando biscotti, a -20°C. Ed eccolo, finalmente, un qualcuno: un tajiko che con fare deciso aprì quel cancello, mandò al diavolo il soldato e procedette spedito verso la dogana. Lo seguii e il primo step fu superato. Poi la solita trafila dei controlli, ma a quello ero abituato.

Ancora in sud-est Asia: quella volta mi trovavo al confine meridionale Cambogia-Thailandia, via mare provenendo dall'isola di Koh Khong.
Agli scafisti cambogiani non era permesso toccare terra e così i malcapitati viaggiatori venivano scaricati in acqua a cento metri dalla riva. Per fortuna si toccava...