DA PESHAWAR

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TAJ MAHAL



Tante volte programmata, ma poi sempre scartata preferendo altre destinazioni, finalmente ad inizio 2016, l' India.
E, già che mi trovavo pure il Pakistan.
Ma prima un po' di medioriente.
Partenza metà dicembre 2015, Emirates, e per la prima volta a bordo di aereo a corpo stretto della compagnia degli emirati: un A320 per volare da Dubai a Muscat.
Con un'auto a noleggio una rilassante settimana in giro nel deserto del sultanato dell'Oman, prima di spostarmi in Bahrain
per respirare il nauseabondo olezzo di petrolio che si sente ovunque nel Paese. La notte sul viadotto che porta in Arabia Saudita,
ovviamente per me off limits.
Il giorno dopo a Peshawar, dove avrei vissuti tre intensissimi giorni da Pashtun e da lì un comodo treno per Rawalpindi, peraltro molto più interessante della contigua Capitale Islamabad. Solo tanta paura la notte di Natale per il terremoto avvertito dalla mia camera al quinto piano dell'albergo in cui alloggiavo. Nessun danno, l'epicentro amolte centinaia di km di distanza.
Tappa successiva, Sialkot, prima in treno, che "guidai" da Gujrat a Wazirabad, poi in bus. Una città incredibilmente brulicante di business e attività di ovario genere, capitale mondiale nella produzione di palloni sportivi e strumenti chirurgici. Non so quale sia il nesso tra i due, ma tant'è. Invitato ad una festa di matrimonio, partecipai con piacere esibendo con orgoglio il vessillo azzurro.
Da Sailkot a Lahore, gran bella città, e finalmente in India, attraverso il Wagah border dove la sera prima avevo assistito al suggestivo cerimoniale della chiusura della frontiera.
E nella mia prima tappa indiana subito un "highlights" del Paese: il tempio d'Oro di Amritsar.
Aspetterò l'anno nuovo a Ludhiana, prima di arrivare a Delhi, la splendida Capitale. Non ho potuto fare a meno di andare ad Agra, per vedere il Taj Mahal. Bello, è bello, ma, forse, sopravvalutato.



PESHAWAR


La mattina del 20 dicembre al gate 17, il più defilato, dell'aeroporto del Bahrain pronto per imbarcarmi sul volo Gulf Air GF 786 per Peshawar. Unico straniero, ma non era la prima volta che mi capitava, a bordo di quell'A320 in un'atmosfera irreale, preludio di quel che sarebbe accauto nei giorni successivi: il popolo Pashtun è tra i più ospitali tra quelli che ho avuto il privilegio di incontrare. Apparivano come un gruppo di amici di ritorno da una trasferta, tutti parlavano con tutti, ma non si conoscevano. E, certo, non sono passato inosservato:
"Chi sei?" "Di dove sei?" "Sei sposato?"

Ma, soprattutto:
"Che vai a fare a Peshawar?"
"Sono un viaggiatore che desidera visitare il Paese".

Ma non ci credeva nessuno.
D'altro canto, ad onor del vero, non erano molti coloro che usavano Peshawar come "porta" del Pakistan per turismo.
Rapido lo scorrimento della doppia fila al controllo passaporti nel piccolo e caotico aeroporto Bacha Khan e appena mi individuano, i due addetti al controllo si scambiano un cenno d'intesa, come per dire:
"Eccolo, lo straniero!"
Ero preparato ad una lunghissima trafila anche perché tenevo 'o mariuolo 'ncuorpo (la coscienza sporca) come si dice intorno al Vesuvio: il consolato del Pakistan a Roma mi aveva concesso il visto -solo dopo aver prodotto una lunga serie di documenti, incluso l'estratto conto degli ultimi tre mesi (!) ed aver superato un colloquio in inglese con un funzionario della rappresentanza- a condizione che entrassi nel loro Paese ad Islamabad.

Ma io avevo già acquistato il volo Bah-Pew e avrei considerato un oltraggio non utilizzarlo.
E, invece, tutti i miei dubbi e le mie paure risultarono ingiustificati; e appurato che il passaporto nelle mie mani fosse effettivamente il mio, in pochi istanti il visto è timbrato.
Sono pakistano!

Cinque passi verso il nastro dei bagagli e due uomini in borghese -che evidentemente mi aspettavano- gentilissimi e sorridenti, mi stringono la mano:
"Intelligence, welcome to Pakistan; please, follow us..." E comincia un lunghissimo interrogatorio al termine del quale riesco a convincerli -ma non del tutto- che altro non sono che un semplice cialtrone a cui piace viaggiare. E mi lasciano andare.
Ritiro il mio bagaglio, saluto i compagni di volo che a decine si offrono di accompagnarmi in città e/o mi lasciano un recapito:
"Qualsiasi cosa a disposizione"
Ma ero stato istruito, durante l'interrogatorio, di utilizzare esclusivamente una macchina autorizzata, e me l'avevano indicata. E a quella mi affido. Al varco di accesso dell'aeroporto, rigidamente controllato, sul sedile posteriore dell'auto in cui avevo preso posto accanto all'autista, un uomo chiede il permesso di salire. Scena già vista: più volte mi è capitato di offrire un passaggio ai locali nel percorso aeroporto-città; ma stavolta sarà diverso, e me ne accorgerò pochi istanti dopo.
Il primo tratto di strada che porta in città si snoda parallelamente al muro di cinta che protegge l'area aeroportuale ed è parzialmente ostruito da blocchi di cemento disposti alternativamente sulle corsie costringendo le auto a procedere a zig-zag:
"Un video imperdibile!" -pensavo-
Nemmeno il tempo di estrarre la fotocamera e quell'uomo appena salito, con tono deciso, mi blocca il braccio:
"No Photo!" Capisco che non è il caso di esprimere la mia opinione e ripongo lo strumento nello zainetto. L'attimo di gelo è rotto dal tassista:
"E' un poliziotto, è qui per la tua sicurezza"
Bene.

Rotto il ghiaccio, cominciamo a chiacchierare amichevolmente mentre mi godo l'affascinante percorso verso l'albergo "Emaraat", prenotato qualche giorno prima. Metal detector e poliziotti in assetto di guerra all'ingresso. Camera 701, ultimo piano, accanto all'uscita di sicurezza.
Nemmeno il tempo di disfare lo zaino e sento bussare alla porta. Un uomo in divisa e con un fucile di produzione cinese in spalla mi comunica che lui sarà la mia guardia del corpo fino alle 08,00 del giorno dopo.
Una "Candid camera" -pensavo- o, più probabilmente, un'estorsione. Ma intanto evito domande, annuisco e ringrazio.
"Io sono seduto qui, quando sei in camera" e indica un divano di fronte all'ascensore. Ma io, in quel momento, avevo un altro problema da risolvere: il Napoli di lì a un'ora sarebbe sceso in campo ad Atalanta e a me serviva il solito streaming in russo o arabo, e "uozzap" per condividere le emozioni con gli amici della stessa fede. Una password maledetta, ma alla fine il wi-fi va una meraviglia.
Molto bene: soddisfatte le esigenze primarie, posso uscire; ed il mio "bodyguard" era lì ad aspettarmi. Per fortuna conoscevo la sua lingua: "Aggia accatta' acqua e coccos a mangià, pe' me vedè a partita" E mi porta in una meravigliosa pasticceria a poche decine di metri dall'albergo, che visiterò spesso durante la mi apermanenza a Peshwar. Pieno di dolci e salati, acqua e soft drink, datteri e rientriamo in albergo.
Un rigore di Hamsik e la solita doppietta del cerdo traditore e vinciamo, col poliziotto che non capiva ma si è dovuto adeguare, almeno per una volta, alla mia fede, con tanto di sciarpa al collo.

Finita la partita, 20,45 ora locale, è ora di uscire.
"Too late" mi fa il "guardio"
"Troppo tardi per cosa, scusa?"
"Per motivi di sicurezza non ti è consentito lasciare l'albergo dopo le 19,00 e fino alle 09,00 del mattino seguente."
"Stai scherzando, vero?"

Non scherzava. Una sofferenza quasi fisica restare chiuso in quella stanza mentre dalla finestra del settimo piano osservavo il caos brulicante della notte di Peshawar.

Il mattino seguente cambierà la guardia del corpo e riuscirò a convincerlo che di me si poteva fidare. Anche di notte.





















MATRIMONIO A SIALKOT


Passata la paura per una scossa di terremoto avvertita la notte di Natale a Rawalpindi,
tappa successiva Sialkot, capitale mondiale nella produzione di palloni sportivi e strumenti chirurgici, brulicante di vita e di attività, pochi, pochissimi turisti, molto uomini d'affari.
E per tale venivo considerato. Ho collezionato un'enorme quantità di biglietti da visita;
inutile rifiutarli, nessuno credeva che non fossi lì per fare affari. All'ennesimo approccio di un giovane col suo biglietto da visita, la classica domanda:
"Di dove sei?"
"Napoli, Sud Italia"

"Italia??"

Entusiasta, si attacca al telefono e mi prega di aspettare,
perché in pochi minuti ci raggiungerà una persona.
Aspettiamo.
E speriamo che costoro non abbiano conti in sospeso con italiani e che vogliano regolarli con me...
Il tipo parla pochissimo inglese, ma percepisco che le sue intenzioni sono tutt'altro che bellicose. Ed, infatti, dopo una breve attesa si presenta un uomo dal volto mite, cordialissimo che mi saluta calorosamente e parla un italiano fluente.
"Vado spesso a Bologna per lavoro. Sono rappresentante di una fabbrica di materiale chirurgico."
"Mi fa molto piacere..."

Un volta convinto che non fossi lì per affari, mi chiede come stia andando il mio soggiorno in Pakistan e se dovessi aver bisogno di qualcosa a Sialkot potrò contare su di lui.
Ringrazio e lo invito a prendere tè; me lo avrebbe offerto lui, ma va di fretta:
"Sto andando al matrimonio del figlio di un mio amico, posso invitarti?"
Si può mai rifiutare un invito del genere?
"Non credo di essere vestito adeguatamente, però" -gli dico-
"Non importa"
"Che regalo posso portare?"
"Niente, sei nostro ospite"




Compro ugualmente (e voleva pagare lui) fiori e cioccolata e andiamo. A qualche km fuori città ci sono tante sale per ricevimenti,
tutte più o meno simili. Nella "nostra" gli sposi non sono ancora arrivati, ma sono presenti già gli ospiti. Ed io verrò accolto come uno di famiglia.
("Scusate sit' da sposa?")
Un'ulteriore prova -semmai ne avessi bisogno- dell'ineguagliabile senso di ospitalità dei popoli dell'Asia Centrale.
Finalmente arrivano i due "piccioncini"; con il rito del lancio dei soldi ai bambini la festa può cominciare.
Un corridoio, in fondo al quale è collocato il tavolo di festeggiati e parenti, divide la grande sala in due: da un lato solo maschi, dall'altro solo femmine. Solo ai bambini è consentito vagare liberamente da un lato all'altro.
Questo: brutto. Ad esclusivo titolo di curiosità (...) avrei volentieri valutato il livello di ospitalità delle pakistane. Niente da fare.
Cibo buono e abbondante, tante risate, foto. E anche ad un matrimonio pakistano sventolerà un drappo azzurro, simbolo di pace e fratellanza.
#FNS





WAGAH BORDER


Tra Pakistan e India le relazioni politiche sono tutt'altro che idilliache, sin dalla loro nascita, nel 1947, quando gli inglesi lasciarono il controllo diretto del subcontinente indiano.
La contesa della regione del Kashmir, tuttora irrisolta, il motivo principale degli screzi
tra i due Paesi, a cui si aggiunge il conflitto nel 1971 durante la guerra di liberazione
del Bangladesh, che fino ad allora costituiva la regione orientale del Pakistan. Sono soltanto due i confini terrestri tra Pakistan e India. Il più importante si trova a Wagah (Pk)-Attari (In), lungo la "Grand Truck Road", la strada che corre da Kabul a Chittagong,
una delle più lunghe ed antiche dell'Asia.



Ogni giorno, all'alba e al calar del sole, su ambo i versanti va in scena la spettacolare cerimonia di apertura/chiusura della frontiera con l'innalzamento/ammainamento delle bandiere.
Il rito da un lato simboleggia la rivalità tra i due Paesi, dall'altro, soprattutto negli ultimi anni, da quando sono scemati i toni aggressivi della parata, è principalmente un auspicio alla fratellanza e alla cooperazione.
Un folto pubblico affolla gli spalti e partecipa con calore alle fasi del protocollo, dal lato pakistano echeggia spesso il grido, sollecitato dallo speaker:
"Pakistan Zindabad, Pakistan Zindabad"
"Jeevey, jeevey, Pakistan!"<



Il 2 novembre 2014, in territorio pakistano, in un parcheggio a 600 metri dal luogo della cerimonia, in un attacco suicida, un giovane si è fatto saltare in aria con 25 kg di materiale esplosivo causando la morte di 60 persone e centinaia di feriti.
Per questo motivo i controlli sono particolarmente rigidi, ma allo stesso tempo non invadenti.
Al termine della performance, i militari protagonisti della cerimonia, con molta pazienza e indossando ancora le pittoresche uniformi, acconsentono a fare foto con gli spettatori.
Dal lato pakistano agli stranieri è consentito l'accesso alla tribuna d'onore.





TEMPIO D'ORO DI AMRITSAR


Il tempio d'Oro di Amristsar, città indiana della regione del Punjab, è il tempio Sikh considerato dai Sikh il più sacro
della loro religione. Il classico posto i seguaci di quella fede devono recarsi almeno una volta nella vita.
Ma ormai il sito non è solo meta di pellegrini, anche di turisti da tutto il mondo che restano affascinati dalla sua bellezza.
Dal mio punto di vista è più suggestivo il tempio d'oro di Amristsar che il Taj Mahal





TAJ MAHAL


È considerata una delle più notevoli bellezze dell'architettura musulmana; si trova ad Agra in Uttar Pradesh ed è la classica "The must-see-thing". Dal 1983 Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO e dal 2007 inserito fra le nuove sette meraviglie del mondo. Un capolavoro che certamente merita di essere visto, ma a mio giudizio sopravvalutato; l'India offre molto altro, anche se meno rinomato e meno frequentato dai turisti. A cominciare dal Tempio d'oro di Amritsar