UN TASSISTA PER AMICO
Una guida ti fa vedere un posto, un amico te lo fa conoscere
Nel 1998 la mia prima volta a Phnom Penh.
Per la prima passeggiata una mappa di carta, nemmeno troppo precisa, e un certo disorientamento. La meta, ovviamente, la stazione ferroviaria.
Dopo pochi passi mi si avvicinò un ragazzo in moto. Mi invitò a salire sul suo mezzo e mi condusse a destinazione. Non volle essere pagato, mi avrebbe aspettato al termine del mio giro.
Inizialmente presi la cosa con diffidenza, quasi fastidio. Pensavo al modo "per togliermelo di torno" con diplomazia.E, invece, avevo trovato la "chiave" per scoprire Phnom Pehn. E, più in generale, la chiave per scoprire davvero una città.
Dal centro, sempre più in periferia, inclusa un'escursione notturna a Svay Pak, da lui fortemente sconsigliata che mi costò 50 dollari di multa, ufficialmente "perché senza casco".
Ma poteva andare peggio, molto peggio. La sua casa una baracca con praticamente niente dentro: un letto con un materasso, una rete per proteggersi dagli insetti e un dispenser dell'acqua; mi presentò un medico, che abitava nel suo quartiere. Una persona meravigliosa, che, all'epoca, lavorando in un ospedale pubblico percepiva uno stipendio di circa quindici dollari al mese.
E mi portò a Ko-dach, la grande isola del Mekong a nord della Capitale, adesso meta turistica, dove allora di stranieri ne arrivavano pochissimi.
Due anni dopo di nuovo a Phnom Penh via terra da Battambang, passando per Pursat. Stesso albergo e l'intenzione di ritrovarlo.Invano, purtroppo.
Ma ne conobbi un altro. Un tipo dalla faccia simpatica, più sveglio e più pazzo.
Mi accompagnò anche Sihanoukville caricando la sua moto a bordo del treno.
Non c'era mai stato nemmeno lui nella città costiera a 150 km dalla Capitale.
Me lo disse solo a destinazione. Tre giorni di risate ed avventure.
Per la prima passeggiata una mappa di carta, nemmeno troppo precisa, e un certo disorientamento. La meta, ovviamente, la stazione ferroviaria.
Dopo pochi passi mi si avvicinò un ragazzo in moto. Mi invitò a salire sul suo mezzo e mi condusse a destinazione. Non volle essere pagato, mi avrebbe aspettato al termine del mio giro.
Inizialmente presi la cosa con diffidenza, quasi fastidio. Pensavo al modo "per togliermelo di torno" con diplomazia.E, invece, avevo trovato la "chiave" per scoprire Phnom Pehn. E, più in generale, la chiave per scoprire davvero una città.
Dal centro, sempre più in periferia, inclusa un'escursione notturna a Svay Pak, da lui fortemente sconsigliata che mi costò 50 dollari di multa, ufficialmente "perché senza casco".
Ma poteva andare peggio, molto peggio. La sua casa una baracca con praticamente niente dentro: un letto con un materasso, una rete per proteggersi dagli insetti e un dispenser dell'acqua; mi presentò un medico, che abitava nel suo quartiere. Una persona meravigliosa, che, all'epoca, lavorando in un ospedale pubblico percepiva uno stipendio di circa quindici dollari al mese.
E mi portò a Ko-dach, la grande isola del Mekong a nord della Capitale, adesso meta turistica, dove allora di stranieri ne arrivavano pochissimi.
Due anni dopo di nuovo a Phnom Penh via terra da Battambang, passando per Pursat. Stesso albergo e l'intenzione di ritrovarlo.Invano, purtroppo.
Ma ne conobbi un altro. Un tipo dalla faccia simpatica, più sveglio e più pazzo.
Mi accompagnò anche Sihanoukville caricando la sua moto a bordo del treno.
Non c'era mai stato nemmeno lui nella città costiera a 150 km dalla Capitale.
Me lo disse solo a destinazione. Tre giorni di risate ed avventure.
Nel 2015 sette giorni in Libano
facendo base a Beirut, in uno splendido hotel in pieno centro.
Il penultimo giorno escursione a Tripoli, città costiera, a un paio d'ore a nord della capitale.
Più interessante, che bella.
Dopo un po' che giravo a piedi, decisi di cercare un taxi che mi mi portasse «off the beaten track».
Non fu immediato trovare quello giusto, ma alla fine, riuscii and entrare in empatia con un uomo alla guida di un vecchio Mercedes.
Senza una meta precisa, mi portò in giro per le periferie e a visitare alcune moschee, insegnandomi alcuni piccoli segreti dell'Islam.
Alla fine mi portò a casa sua. Conobbi sua moglie e i figli. Impossibile rifiutare l'invito e cena.
"L'ospite è dono di Allah" nella cultura musulmana. Una delle tante prove cheho avuto
A stento riuscii a prendere l'ultimo autobus per tornare a Beirut.
Mi avrebbe ospitato per giorni.
Haiti è stato uno dei miei viaggi più duri.
È un paese molto povero, un pezzo d'Africa nei Caraibi. Port-au-Prince è l'unica città in cui, in alcun modo, sono riuscito a girare di notte.
Ma a Cap-Haïtien andò molto meglio, grazie a un mototassista incontrato durante la prima passeggiata esplorativa a piedi. Nel giro di due giorni, eravamo praticamente in simbiosi. Aveva capito esattamente cosa volevo.
Dopo 24 ore avevo già conosciuto la famiglia, dalla moglie, all'amante, ai figli. Più una lunga sfilza di parenti.
Mi condusse in posti che probabilmente oggi non saprei nemmeno ritrovare sulla mappa.
Da miscredente quale sono, ho sempre considerato i riti religiosi, di qualunque religione, poco più che «pagliacciate».
A maggior ragione quelli voodoo. Ma per loro sono una cosa molto seria.
A Plaine-du-Nord a 12 km da Cap haitien, i riti si tengono ogni weekend. Assistere è consentito, purchè non si facciano foto e video.
Io, naturalmente, ci provai, ma mi fecero capire, brandendo un machete, che avrei fatto bene a spegnere immediatamente la fotocamera.
Il penultimo giorno escursione a Tripoli, città costiera, a un paio d'ore a nord della capitale.
Più interessante, che bella.
Dopo un po' che giravo a piedi, decisi di cercare un taxi che mi mi portasse «off the beaten track».
Non fu immediato trovare quello giusto, ma alla fine, riuscii and entrare in empatia con un uomo alla guida di un vecchio Mercedes.
Senza una meta precisa, mi portò in giro per le periferie e a visitare alcune moschee, insegnandomi alcuni piccoli segreti dell'Islam.
Alla fine mi portò a casa sua. Conobbi sua moglie e i figli. Impossibile rifiutare l'invito e cena.
"L'ospite è dono di Allah" nella cultura musulmana. Una delle tante prove cheho avuto
A stento riuscii a prendere l'ultimo autobus per tornare a Beirut.
Mi avrebbe ospitato per giorni.
Haiti è stato uno dei miei viaggi più duri.
È un paese molto povero, un pezzo d'Africa nei Caraibi. Port-au-Prince è l'unica città in cui, in alcun modo, sono riuscito a girare di notte.
Ma a Cap-Haïtien andò molto meglio, grazie a un mototassista incontrato durante la prima passeggiata esplorativa a piedi. Nel giro di due giorni, eravamo praticamente in simbiosi. Aveva capito esattamente cosa volevo.
Dopo 24 ore avevo già conosciuto la famiglia, dalla moglie, all'amante, ai figli. Più una lunga sfilza di parenti.
Mi condusse in posti che probabilmente oggi non saprei nemmeno ritrovare sulla mappa.
Da miscredente quale sono, ho sempre considerato i riti religiosi, di qualunque religione, poco più che «pagliacciate».
A maggior ragione quelli voodoo. Ma per loro sono una cosa molto seria.
A Plaine-du-Nord a 12 km da Cap haitien, i riti si tengono ogni weekend. Assistere è consentito, purchè non si facciano foto e video.
Io, naturalmente, ci provai, ma mi fecero capire, brandendo un machete, che avrei fatto bene a spegnere immediatamente la fotocamera.






