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ASIA SUD-ORIENTALE

Tutto il mondo in una regione



In un'area relativamente piccola del pianeta si trova un concentrato di storia, arte, cultura, varietà gastronomiche, meraviglie naturali, divertimenti che non trova pari in nessun'altra.
Forse in Europa, ma a caro prezzo. In Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Thailandia, Vietnam il costo della vita è tale da consentire lunghi soggiorni anche con budget limitati. Lo sconfinato fascino dei luoghi è accompagnato dall'educazione, l'ospitalità, l'apertura mentale, la cordialità dei popoli che ci vivono. I loro sorrisi sinceri accolgono il viaggiatore che resta immediatamente coinvolto.
L'Asia sud-orientale crea dipendenza. Chi ci va una volta, nella maggior parte dei casi, non può fare a meno di tornarci. E poi ancora.
(E ogni volta s'allontana sempre più da Khaosan road, dai mercati galleggianti, da Phuket e da qualsiasi altro posto infestato dai turisti col marsupio).
L'Asia sudorientale è la palestra ideale per imparare a viaggiare. Non mancano difficoltà più o meno grandi, ma a tutte si trova soluzione, senza patemi e senza mai temere veramente per la propria incolumità. Trascurabile il livello di microcriminalità da cui ci si protegge con il minimo del buon senso; nei guai ci finisce chi, i guai, se li fa a cercare. E penso ai nostri due eroici connazionali che su un'isola della Thailandia sono riusciti nell'impresa di finire in galera, meritatamente, per aver bruciato il vessillo del Paese.
Ad onor del vero anch'io una volta ho rischiato di scomodare la Farnesina...


CLANDESTINO IN MYANMAR


Ministro degli esteri, nell'estate 1998, primo governo Prodi, era il compagno (...) Lamberto Dini. E per poco, molto poco, gli risparmiai un viaggio a Rangoon, assieme al collega giapponese, per andare a riprendersi due cialtroni.
A metà luglio di quell'anno il mio terzo viaggio extraeuropeo, il secondo, completamente da solo, in Indocina. La mia porta dell'Asia, un anno prima, Kuala Lumpur, poi Thailandia e Singapore. Un viaggio di assestamento, da beginner, poche volte "off the beaten track".
Stavolta con piglio diverso, già dal primo giorno. Una settimana a Bangkok, sempre più distante da Khaosan road, e poi in Cambogia. Immancabile la visita ai maestosi templi di Angkor, raggiungendo Siem Rep da Phonm Pehn viaggiando sul tetto dell'aliscafo di linea che risaliva il Tonlé Sap, affluente del Mekong nelle cui acque, due anni dopo, guidavo un motoscafo.
Nella Capitale, invece, a bordo di un motorino, l'ultima notte, un fucile puntato alla tempia. Tanto spavento, ma era "soltanto" un controllo di polizia.
Rientrato a Bangkok il piano prevedeva di percorrere il confine con Thailandia-Myanmar da Mae Sot a Mae Sariang, per poi rientrare verso Chang mai. E quello fu.


Prima, però, una puntata a Kanchanaburi per vedere -deformazione professionale- il ponte ferroviario sul fiume Kwai, di cui conosciamo storia e leggenda.
Internet agli albori, la "bibbia" era "South-East asia on a shoestring" della Lonely Planet, che a pagina 840 di quell'edizione riporta:
"Adesso è relativamente facile arrivare al Passo delle tre Pagode...il villaggio dal lato del Myanmar è stato teatro di scontri a fuoco tra i Mon e i Karen (etnie ribelli locali armate n.d.r.) per il controllo delle tangenti da imporre ai trafficanti. Nel'90 il governo burmese ha ripreso il controllo dell'area..."
e, bingo:
"...ai viaggiatori è permesso un day-trip al di là del confine".
Quell'ultima riga suscitò in me la stessa sensazione che può avere una mosca davanti ad un barattolo di miele aperto.
Uno spettacolare viaggio in un autobus semivuoto per Sangklaburi, l'ultimo centro abitato prima del confine, a 30 km dal Passo delle Tre Pagode. Guardo "street view" oggi ed è una splendida, moderna cittadina, ma ventidue anni fa misteriosa e decadente. La solita notte thailandese che non finisce mai e il giorno successivo, col sole già alto, in viaggio verso la frontiera; sullo stesso mezzo anche un giovane giapponese, con in testa lo stesso programma. Siglato il gemellaggio Napoli-Tokyo e le foto di rito con le tre (insignificanti) pagode alle spalle, la brutta sopresa che il visto quel giorno (e chissà per quanti altri) non lo avrebbero emesso.
Maledizione.
Poco o niente da fare, se non percorrere il sentiero in terra battuta che si sviluppava parallelamente alla barriera di filo spinata, alta circa un metro, che delimitava il confine Thailandia-Myanmar. "Svoltato l'angolo", ci colpisce un varco, determinato da una soluzione di continuità nello sbarramento, largo un paio di metri, con chiari segni di frequenti passaggi, apparentemente non presidiato.
Evidente che quell'apertura era ad esclusivo beneficio del traffico locale e mai e poi mai, accessibile ad uno straniero. Ma il nipponico è fermo a fissarlo, quel varco e a lui mi rivolgo nella sua lingua:
"'O giappone', c'amma fa?"
Lui è tentato. E pure io. E mentre pensiamo, un motorino, con a bordo due giovani, con disarmante nonchalance, salta dal lato thai a quello burma senza indugi, né rallentamenti e/o formalità.
I pochi dubbi spazzati via da quella scena.



Poche decine di metri per raggiungere il primo villaggio; un bimbo piccolissimo alla mia vista scappa piangendo, ma un uomo, forse il padre, sorride e fa cenno con la mano di proseguire. Potrebbe già bastare, ma in cima a una collina svetta una "campana d'oro" (il solita Stupa):
"Vediamola e poi torniamo indietro".
"E se ci fermeranno diremo che non sapevamo...non credevamo...pensavano fosse Thailandia/non fosse Myanmar...volevamo solo visitare il tempio per alimentare lo spirito induista (no, buddista) che ci pervade...bla bla bla".
(Tradotto: "Speriamo mi facciano almeno fare una chiamata al consolato italiano a Bangkok...")

Intanto nessuno ci ferma e, anzi, con un passaggio in auto, raggiungeremo ila cima della collina in pochi minuti. Il tempio è bello. Almeno quanti altri trecentocinuqnta come questo in Indocina. Il giapponese si sofferma sui cartelli con i caratteri, altrettanto incomprensibili, ma chiaramente diversi -più arrotondati- da quelli Thai.
"Siamo davvero in Myanmar!".
"'O giappone', tu mo' l'e capit'?"

Video e foto, poi basta davvero. Quasi certamente ci stavano controllando e, fino al quel momento, graziando semplicemente perché ai loro occhi era evidente che altro non eravamo che due innocui cialtroni. Tuttavia meglio non tirare troppo la corda. Avutamm 'a cap 'o cavallo, come si dice a Osaka, che è ora di rientrare in Thailandia. Attraversato nuovamente il villaggio -il bimbo scappa di nuovo e l'uomo ci saluta con un altro sorriso e il "pollice verso"- sembrava fatta. A pochi metri dalla barriera, l'inconfondibile ronzio di un motorino, sempre più accentuato. Allunghiamo il passo, senza trovare il coraggio di voltare le spalle: la pavidità di chi tiene 'o mariuolo ncuorpo, come dicono a Sapporo.
Ma era evidente che saremmo stati raggiunti. Ed infatti, ad un manciata di metri dal varco che ci avrebbe riportato nella legalità, quel mezzo è accanto a noi. A bordo due ragazzi.
Che ci ignorano completamente e proseguono per la loro strada.
Un lunghissimo respiro di sollievo; gli ultimi dieci passi come farli su un letto di piume.
E' fatta!
Siamo di nuovo in Thailandia e a suggello dell'impresa le inevitabili foto ricordo.

Non sono più in contatto col giapponese, ma ho certezza che anche lui ha ancora in mente
il... "marrone" che facemmo quel pomeriggio di mezza estate del 1998, al Passo delle tre Pagode, confine Thailandia-Myanmar.
































LA PRIMA VOLTA NELLE FILIPPINE


Il quinto viaggio intercontinentale, il quarto da solo, il terzo in Asia sud-orientale, quasi due mesi in giro. Non fu semplice, al rientro, riprendere la vita quotidiana.
La partenza, una calda mattina del 19 luglio 2000 dalla stazione centrale di Pescara con un treno per Roma Tiburtina; da Fco un airbus Lufthansa per Muenchen e un MD11 Thai mi (ri)portavano a Bangkok.
Due giorni nella città degli angeli assieme alle amiche conosciute nei viaggi precedenti e i primi gri di esplorazione delle periferie.
Un comodo treno mi porterà a Lopburi, per giocare una sera con le scimmie che abitano indisturbate la città ed un lungo viaggio in autobus ad Aranyaprathet, al confine con la Cambogia
Il giorno dopo, di buon mattino, assieme ad un australiano e alla sua compagna canadese, incontrati in loco, attraverserò il confine mettendo piede per la seconda volta nella meravigliosa terra Khmer.
Loro si dirigeranno verso Siem Rep, ma io i maestosi templi di Angkor li avevo visitati due anni prima e allora stavolta mi dirigerò nella meno battuta Battdambang. Guidato da un gentilissimo e paziente mototassista passerò tre giorni intensissimi, visitando a fondo città e dintorni, compreso un allevamento di coccodrilli dove fui sottoposto ad un'insistente offerta di acquistarne uno. A buon prezzo.

In due tappe, Pursat, Kompong Chhnang, tranquilla la prima, coprifuoco nella seconda dopo il tramonto, nella capitale Phnom Penh, già visitata due anni prima, ma ancora più affascinante.
"Crociera" fino a Kratie, sul tetto di uno degli aliscafi di linea che risalivano il Mekong, fino a Stung treng e sul percorso inverso sosta a Kampong Cham, dov'era da poco iniziata la costruzione del ponte sul Mekong, che troverò completo sette anni dopo.
Altri due giorni a Phnom Pehn e in Thailandia tornerò via mare. In treno per raggiungere Sihanoukville, la città portuale della Cambogia meridionale.
Da lì uno sgangherato aliscafo per Ko Kong, l'isola avamposto occidentale della Cambogia e assieme ad un piccolo gruppo di altri viaggiatori "bianchi" riuscimmo a convincere un pescatore a condurci con la sua barca sulla costa thailandese. Ma non ci disse che ci avrebbe lasciato in mare, sotto la pioggia, a cento metri dalla riva perché a lui non era concesso "toccare" terra. E meno male si toccava...

Una notte nell'anonima Trat, il giorno dopo di nuovo a Bangkok.
Nella Capitale thailandese cominciavo ad evitare i luoghi infestati dai turisti; mai più a Khaosan road, ma nelle periferie con i mezzi pubblici, ai capolinea delle linee metro, dall'altra parte del fiume.

Comincia la discesa verso sud, in treno per Chumphon, poi a Ranong, per una toccata e fuga di poche ore, in barca, nel Myanmar. Solo un piccolo assaggio di quel meraviglioso Paese. L'ex Birmania merita una visita ben più approfondita. E non mancherò di farlo, molti anni dopo.>br> Stavolta ancora verso sud, Hat yai e dalla vicina Satun via mare per Kuala Perlis, Malesia:
un breve, scomodo, ma affascinante viaggio su una piccola imbarcazione con un telo per proteggere, solo in parte, i passeggeri dagli schizzi prodotti dalle onde.
A quel punto certamente più interessante sarebbe stato raggiungere Kuala Lumpur via Langkawi&Penang, ma il tempo tiranno mi costrinse a ripiegare su un banale bus. Già stato 4 anni prima, sempre più moderna e sviluppata la capitale malesiana.
"Wawasan 2020", lo slogan del governo che ricordo di aver letto ovunque tre anni prima: l'obiettivo del governo, entro il 2020, di portare il Paese pieno titolo tra quelli del "primo mondo".
E intanto era entrato in funzione il nuovo spettacolare aeroporto, KLIA, anche se mancava ancora il collegamento ferroviario con la città, ilKLIA Ekspress train, che entrerà in funzione due anni dopo.
Più volte nel corso degli anni sono transitato in quello scalo, lo inaugurai con un "semplice" volo domestico per Kota Kinabalu, Sabah.
E fu un viaggio infernale, nella tempesta tra turbolenze e vuoti d'aria spaventosi; e non bastarono i sorrisi di una bellissima hostess di Air Malaysia a tranquillizzarmi.
Tre giorni giorni nella tranquilla, forse troppo, capitale della regione orientale del Borneo malese prima di spingermi in bus fino alla punta estrema orientale, Kudat.
Come prevedibile nessun modo, nemmeno "barely legal", per raggiungere le vicine isole meridionali delle Filippine e allora con un piccolo Dash 8 di Air Malaysia volerò a Sandakan, la città il cui nome evidentemente ispirò alcuni dei romanzi di Salgari. Due foto agli oranghi nel "Sepilok Orangutan Rehabilitation Centre" è mi accingevo a mettere per la prima volta nelle Filippine.
Sulla Lonely Planet leggevo: "Manila per la quasi totalità degli stranieri è l'unica porta possibile per le Filippine", ma da Sandakan esisteva un collegamento marittimo bisettimanale per Zamboanga,
la città portuale del sud di Mindanao e quella sarà la mia porta.
Non mi scoraggeranno le venti ore previste di navigazione e men che mai i moniti del sito del Foreign Commonwealth:
"Advise against all travel to...Mindanao, the southern zamboanga peninsula & island south west of Mindanao".
Prenderò una (s)comoda e maleodorante cabina singola su una nave infestata da insetti, ma sarà un viaggio avvincente tra panorami mozzafiato scortati per lunghi tratti da strani pesci anfibi che seguivano la nave saltellando
Poche persone a bordo; un servizio cargo quello, piuttosto che passeggeri. Mi sono rimasti impressi gli enormi sacchi di cipolle dislocati ovunque, anche sui corridoi esterni che costringevano a scomode gimkane.
Al calar del buio l'inquietante luce bianca/gialla emessa da enormi "dischi" a pelo d'acqua, ad una distanza che non saprei quantificare, ma chiaramente visibili.
Alieni?
Mi chiarirà il "mistero" un passeggero, senza troppi giri di parole

"Sono tonnare giapponesi e coreane, che vengono a rubare il pesce dai nostri mari"

In quell'area di mare, Mar di Sulu, pochi mesi prima "terroristi separatisti islamici" di base a Tawi Tawi (le isole più meridionali delle Filippine) avevano rapito turisti occidentali in vacanza in un resort di Sipadan in Malesia.
Quei presunti terroristi (nel modo certamente sbagliato, ma del resto che modo avevano per essere ascoltati?) volevano soltanto difendere il loro mare e i loro territori. Una battaglia di civiltà e di libertà, la loro, stanchi di essere vessati e derubati da chi, corrompendo il debole governo centrale di Manila, sono autorizzati a saccheggiare le incalcolabili risorse naturali di Mindanao.
Non solo pesce, anche le immense piantagioni di ananas, mango, banane, sottratte più o meno con l'inganno ai contadini di Mindanao
"L'uomo Del Monte ha detto sì"...
Verrà il giorno in cui la storia dirà chi sono i veri terroristi
Per niente rassicurante ai miei occhi vedere l'esercito schierato sulla banchina del porto a protezione dell'attracco a Zamboanga; una lunga trafila per il controllo passaporti, metal detector in dogana ma alla fine, ovviamente unico turista, scortato in uno dei pochi alberghi consigliati agli stranieri.
Lussuoso ma a prezzo accessibile agli occidentali.
Questo il primo impatto nell'arcipelago delle filippine. Ad oggi si sono tornato sedici volte. E ci tornerò ancora.
Da Zamboanga a Pagadian, via Cotabato in aliscafo e poi un lungo viaggio in autobus per Iligan ammirando, seduto accanto all'autista, panorami spettacolari. Cagayan de oro ultima tappa di Mindano e con Un'altra notte in nave l'arrivo a Cebu, la seconda città più grande ed importante delle Filippine. Il giorno dopo rientro a Kota Kinabalu in aereo di linea Air Malaysia ad un prezzo almeno cinque volte maggiore di quanto si pagherebbe adesso. Le low cost, purtroppo, ancora non esistevano.
Non potevo certo mancare di viaggiare sull'unica tratta ferroviaria esistente nel Borneo, da Kota Kinabalu a Tenom.
Ancora una frontiera marittima, stavolta per entrare nel Sultanato del Brunei.
Prima un aliscafo per Labuan, senza perle, poi un altro per Serasa, un piccolo porto a sud della noiosa, almeno per il mio stile, Capitale Bandar Seri Begawan.
A Miri e poi Kuching in Sarawak, l'altra regione del Borneo malesiano ed si avvicina, purtroppo, il momento di tornare in Italia.

Due giorni a Singapore, volando prima a Johor Bahru, e il 10 settembre un B747-400 di Singapore airlines per Francoforte e un airbus A321 di Lufthansa mi riportavano in patria. Ma ormai del sud-est Asia non potrò più farne a meno.










































HO GUIDATO UN TRENO A SAIGON


Poco meno di un mese tra dicembre 2007 e gennaio 2008, da Bangkok a Saigon, via Cambogia prima di tornare per la terza volta nelle Filippine.
Fco-Bkk/Mnl-Fco Emirates, ovviamente via Dubai.
Quel viaggio comincia il 15 dicembre con l'Eurostar-Fast (invenzione di Trenitalia per aumentare le tariffe, senza vantaggi evidenti per i viaggiatori) per Roma da Falconara Marittima delle 7,48. Trenta ore dopo ero a Bangkok, dove resterò solo due giorni, il tempo per esplorare qualche periferia.
Cinquecento km di treno per arrivare a Surin, classica tranquilla cittadina di provincia thailandese e la mattina successiva, dopo un'ora di minibus, ero già al confine Thailandia/Cambogia a Kap Choeng/Osmach.
Varcata a piedi la frontiera, avrei voluto raggiungere Stung Treng seguendo la strada che si snoda a nord, lungo il condine con la Thailandia, via Anlong Veng.
"La strada è impraticabile" la risposta dei miei interlocutori. E così fui costretto a ripiegare sulla strada più semplice via Siem Reap e Kampong Cham, dopo una notte a Svaerong. A distanza di tempo, mi resta ancora il rimpianto di non averci provato.

A Siem Reap e Kampong Cham ero già stato rispettivamente nove e sette anni prima e, come è ovvio che fosse, le trovai profondamente cambiate. La prima molto in peggio; ormai un bazar turistico a supporto delle orde di turisti che si recano a visitare Angkor. Quella fastidiosa sensazione mi portò di tirar dritto, piuttosto che fermarmi per rivedere i templi Khmer.
Senza rimpianti stavolta.
A Kampong Cham completato e in esercizio il ponte sul Mekong, in costruzione sette anni prima. Grazie a quest'opera strategica, finanziata dai giapponesi, la parte orientale e nord-orientale del Paese è agevolmente collegata alla capitale; da Phom Pehn a Saigon si arriva in poche ore di bus, ancor meno di auto. Per contro, era terminato il servizio con aliscafo da Phnom Pehn a Stung Treng lungo il Mekong che avevo utilizzato fino a Kratie. Nei due giorni in città, tra l'altro, l'interessante visita alla fabbrica di gomma, a partire dalle piantagioni di Caucciù. In Vietnam ci realizzano manubri per i motorini con quel materiale.

Ancora autobus e finalmente Stung Treng; la frontiera con il Laos è lontana soltanto 65 km, impossibile resistere alla tentazione di entrare in Vietnam, via Laos.
Disponevo del visto vietnamita, quello laotiano avrei potuto ottenerlo rivolgendomi ad un'agenzia locale in una settimana. Ma l'attesa avrebbe comportato sacrificare giorni alla seconda parte del viaggio, e allora, con la complicità di un gentilissimo mototassista mi limitai a percorrere la strada strada fino alla frontiera Cambogia/Laos, senza alcuna speranza di poterla attraversarla. Ed infatti il piccolo ufficiale laotiano che in quel momento vegliava in frontiera fu inflessibile: senza visto non sarei entrato nel suo Paese da quel punto.
Fu comunque un'escursione interessante con ripetute soste nei villaggi incontrati lungo il percorso.
Altrettanto interessante fu raggiungere in barca l'isola del Mekong di fronte da Stung Treng. I delfini di fiume che poplano quel tratto, purtroppo, non capitò di vederli.
In Vietnam ci arriverò attraversando la regione cambogiana del Ratanakiri; uno dei momenti parti più affascinanti di quel viaggio. Un'intera giornata a Banlung provando a fare quante più cose possibili, compreso un giro in moto sulla pista in terra battuta del piccolo aeroporto.
Il giorno successivo, di buon mattino, ero nella piazza del mercato alla ricerca del modo di trasporto più efficace e meno scomodo per percorrere i 70 km circa di strada sterrata che mi separavano dal confine con il Vietnam. Nessun mezzo di linea ufficiale, ma pagando, ovviamente, si trovavano agevolmente auto private disposte a coprire il tragitto. E, pagando meno, pure un motorino con il guidatore.
Quattro ore in scooter respirando polvere prima di arrivare, stremato, alla frontiera. Ricordo il volto stupito e divertito degli ufficiali cambogiani con i quali riuscci pure a scattare pure una foto ricordo.
Era arrivato il momento di salutare la Cambogia. Nella meravigliosa e ospitale terra Khmer, prima o poi, ci tornerò, ma intanto iniziava una nuova avventura: il Vietnam, Il cinquantottesimo Stato sovrano in cui mettevo piede.

Superati senza disagi i controlli di rito in un enorme e moderno edificio, mi ritrovai completamente solo in mezzo alla foresta; ma non passarono che pochi secondi per incontrare un giovane che mi accompagnò con il scooter fino al primo villaggio.
Al punto di ristoro, scambio di esperienze con un canadese che percorreva lo stesso itinerario nel verso opposto e con un comodo van raggiungerò Pleiku, anonima città, dove resterò due giorni per riposarmi e riprendermi dalle emozioni e dalle fatiche cambogiane.
Certamente troppo poco una settimana in Vietnam, ma intanto cominciavo a scoprirlo; arriverò a Saigon, dopo una sosta a Buôn Ma Thu?t, la sera del 28 dicembre, giorno in cui la nazionale di calcio Vietnamita vinceva la finale della "Southeast Asian Football Championship", battendo la Thailandia con una rete di..."Pak Doo Ik" al 94', scatenando l'entusiasmo nel Paese. Un milione di motorini che sciamano per la città è una delle icone di Saigon, ma quella notte, forse, ne girarono il doppio con un vessillo giallorosso per festeggiare il trionfo. Non potè che tornarmi in mente la sera magica del 10 maggio 1987 e munito di bandiera e bandana mi unii alla loro festa...
Intanto era da Surin che non vedovo un treno: quasi al limite di una crisi d'astinenza (!) e la stazione fu la prima meta del giorno dopo. La brutta sorpresa fu che, nonostante aperta, l'accesso ai binari era consentito soltanto nell'imminenza della partenza di un treno. E in quel momento non ce n'erano.
Riuscii a convincere il poliziotto in guardia al cancello di un ingresso secondario che mi concesse anche il permesso di scattare foto. Ho visto stazioni più belle, ma tutte hanno un fascino.
Il rumore inconfondibile di un locomotore diesel segnala che è in arrivo un convoglio. Mi appropinquo al binario ad attenderlo, scatto foto, pollice alto ai due macchinisti che mi invitano a salire.
Dopo pochi istanti il locomotore riparte; non so per dove, ma nemmeno m'importa saperlo. In realtà sarà un brevissimo tragitto fino al deposito e ritorno per rimorchiare due carrozze: quanto basta per essere felice qualche istante!
Ormai avevo familiarizzato con i due ferrovieri che, forse per scherzo, mi chiedono se voglio provare a guidare. Non serve farmelo ripetere.

"Alle 17,00 del 29 dicembre 2008, il sogno è realtà:
STAVO GUIDANDO UN TRENO A SAIGON!"


Un elegante B737 di Philippines airlines mi condurrà a Manila. La mia capitale preferita; più folle e coinvolgente di Bangkok e Saigon, secondo me.
Sarà quella la mia terza volta nel secondo arcipelago più grande del pianeta; non riuscirò mai a vedere tutte le 7027 isole -tanto dicono siano- ma mi accontenterò di tornerci quasi ogni anno. Da Luzon di nuovo a Cebu, prima di spostarmi a Bohol per ammirare le "colline di cioccolato", giocare con i piccoli Tarsier e passare una giornata al mare sulle spiaggie di Panglao.
Il mio programma iniziale prevedeva la visita di Siquijor, l'isola delle streghe, ma il tempo tiranno mi costrinsi a saltarla e dirigermi direttamente a a Dumaguete, nell'isola di Negros.
Dovevo assolutamente rientrare a Manila con un giorno d'anticipo; volevo guidare un treno delle PNR (Philippine National Railways). E ce la farò: ho "condotto", per qualche decina di km, accanto ai due macchinsiti il "regionale(!)" Tutuban-Alabang e ritorno delle 15,45 del 10 gennaio 2009.
Un'indimenticabile esperienza a bordo del locomotore su una linea i cui binari quasi sfuiravano le baracche degli squatters.
Resta ancora il tempo per girare una notte intera per Metro Manila, senza meta, utilizzando esclusivamente Jeepneys, ormai diventato uno dei miei abituali tour ogni volta che torno in città.

Era da poco passata la mezzanotte del 12 gennaio quando l'Asia mi rimandò a casa. ma pochi mesi dopo ero di nuovo da quelle parti.































MAE SOT, ventuno anni dopo


Ventuno anni e tre mesi dopo di nuovo a Mae Sot, frontiera Thailandia-Myanmar.
Il "Ponte dell'amicizia", sul fiume Moei, che collega i due Paesi esisteva già, ma era ufficialmente aperto solo ai locali, per poche ore al giorno.
Adesso, invece, il visto birmano si ottiene online con una manciata di click e attraversarlo è una semplice formalità. Cortesia e professionalità dal lato thai, a "pan' e puparuol" (come si dice a Yangoon) da quello birmano, con I doganieri in canottiera, ma ugualmente efficace.

Ventuno anni e tre mesi dopo di nuovo a Mae Sot.

Irriconoscibile ai miei occhi. Da piccolo villaggio qual'era, complicato da raggiungere, a moderna cittadina con servizi adeguati.
Certo, non pretendevo, nè mi aspettavo, che fosse rimasto tutto come allora e, d'altro canto ero tornato per attraversarla quella frontiera, non per crivivere le emozioni di quattro lustri prima.
Con mia sorella, anche stavolta il viaggio è iniziato a Bangkok. Pessima impressione tornare, attraversandola velocemente, a Khaosan Road: peggio della peggiore fiera di paesello di provincia. Ma pieno di turisti.
Dalla capitale thailandese, treno per Nakhon Sawan ed immediatamente bus fino a Tak, dove passeremo la notte.
Il mattino successivo un comodo e veloce taxi collettivo per raggiungere Mae Sot.
Un velo di malinconia mi ha accompagnato durante le 20 ore di permanenza in città. Complice un giro a vuoto nelle periferie, compensato solo in parte da uno spettacolare piatto di Pad thai
. Stavo sperimentando la fastidiosa sensazione, più o meno conscia, di aver rovinato uno dei ricordi più belli del viaggio di diaciannove anni prima. di viaggio della mia vita.



Estate del 1998, il mio terzo viaggio intercontinentale, il secondo in solitaria, quella della totale consapevolezza. Avevo il totale controllo delle mie azioni. Sapevo cosa fare, ottenevo quello che volevo.
Una settimana a Bangkok, una in Cambogia, andata via terra, ritorno via mare, prima di risalire tutto il confine settentrionale Thailandia-Myanmar, attraversandolo illegalmente a Three Pagoda Pass per qualche ora: l'incoscienza della "prima volta"...
Provai anche a Mae Sot ad entrare in MyanMar. Ufficialmente chiuso agli stranieri, di giorno centinaia di locali attraversavano il fiume, sotto il ponte, da un lato all'altro. Resistetti a fatica alla tentazione di farlo anch'io, ma una notte, trovato il mototassita complice, raggiunsi la frontiera. In un casotto di legno due militari, stupiti della mia presenza, ma cordiali e disponibili. Chiesi, conoscendo la risposta, se si potesse andare in Myanmar:
"No"



Ma poi mostrai la telecamera e chiesi se avessi potuto fare almeno delle riprese dalla riva del fiume, garantendo che non sarei andato "dall'altra parte".
Anche in questo caso mi aspettavo risposta negativa ed, invece, a sorpresa, ottenni il permesso.
Anzi, uno dei due mi scortò e solo quando capì che i colleghi birmani ci avevano individuato mi ordinò immediatamente ad abbassare la telecamera:
"Adesso dobbiamo tornare, altrimenti ci sparano".

Probabilmente non ci fu nulla di eroico in quella bravata, quella notte. Eppure ho ricordo bellissimo: un mistico senso di pace, in un'atmosfera silenziosa, con poche luci e il canto dei grilli.
Rientrato a Mae Sot, la notte continuò in un ristorante con musica dal vivo. Incontrai un medico australiano, che si occupava di malattie tropicali.
"Mica c'è malaria in questa regione?"
"E' diffusissima!"