Dal Caucaso all'Asia centrale


"Percorrendo la strada dorata che porta a Samarcanda"



A venti anni scherzavo con gli amici,
"Voglio andare da Baku ad Alma Aty".
Mi è servito un po' di tempo, ho visitato prima Parigi e la Costa Brava, ma poi l'ho fatto davvero, tra novembre e gennaio 2008/09, modificando leggermente l'itinerario:
da Tbilisi a Tashkent, via Azerbaijan, Mar Caspio e Turkmenistan

Partenza l'ultimo lunedì di novembre, in treno, da Osimo un regionale per Pescara, poi con un paio di voli quasi gratis (bei tempi quelli) Ryanair la sera ero a Bratislava.
Il mattino successivo trasferimento in treno a Vienna; una fetta di Sacher, provare a visitare il museo dei tram (invece chiuso), completare le pratiche burocratiche ritirando il visto che mancava, quello del Turkmenistan e in serata ero in volo per Riga, per curare il mio cronico "mal Baltico".
Quattro giorni in Lettonia e dopo un volo notturno per Tbilisi, all'alba del 7 dicembre comincia la mia avventura in Caucaso. Avemo messo in conto dieci giorni per raggiungere il porto di Baku, dove mi aspettava la "crociera" sul Mar Caspio.
Visitata l'affascinante Capitale georgiana -risuona ancora nella mia mente quel: "Karebi iketeba, shemdegi gackereba...", il messaggio vocale nelle stazioni del metrò- a Gori, la città natale di Stalin, per scattare due foto accanto alla sua statua e una notte a Borjomi, famosa per l'acqua minerale. Rientrato a Tbilisi, un minibus per Lagodekhi e varcato a piedi il confine, ingresso in Azerbaijan per raggiungere Sheki percorrendo la spettacolare strada ai piedi dei Monti Caucasici.
Un rocambolesco trasferimento in bus taxi e treno per Elat e dopo una notte all'addiaccio a Lenkeran, quasi al confine con l'Iran, lungo la costa meridionale, deturpata dai pozzi petroliferi. E finalmente a Baku, la bellissima capitale azera, gemellata con Napoli, il cui spettacolare skylime notturno della baia ricorda in qualche modo quello della città partenopea. Arriva il giorno della traversata: nessuna informazione risolutiva, l'unica regola presentarsi al porto al mattino e prima o poi una nave partirà. In pratica fu tutto più semplice e "naturale" di quanto pensassi: bastò accodarmi al piccolo gruppo di altri viaggiatori e ripetere quello che facevano loro. Alle 14,00 del 17 dicembre la "Professor Gur" lascia il porto di Baku alla volta di , dall'altra parte del Caspio con sette passeggeri.
"Quanto dura la traversata?":
Ognuno darò una risposta diversa; dalle 12 alle 17 ore...
Poco male, con pochi dollari di supplemento/tangente avevo trasformato il passaggio ponte in una comoda cabina singola e avevo con me cibo, acqua e libri a sufficienza. Un viaggio in totale tranquillità.
Ancora buio quando alle 6,00 del mattino successivo -dopo 15 ore di navigazione- la nave attracca a Turkmenbashi, ma il sole dovrà arrivare alto prima di poter effettivamente mettere piede a terra, perché la dogana apre alle nove.
E allora assieme agli altri passeggeri (due georgiani, quattro turkmeni, un russo) trasformiamo le tre ore di attesa in un colossale banchetto. Pollo, formaggi, focaccia, dolci, biscotti, frutta di ogni tipo, vino...
dovranno quasi usare la forza per mandarci via dalla nave. E' solo il preludio di ciò che mi aspetterà nei sei giorni in Turkmenistan. Che fosse un popolo ospitale, quello turkmeno, lo avevo letto, ma non mi aspettavo così tanto. In alcuni momenti mi troverò addirittura a disagio.

Dopo la morte del dittatore Nyazov, leggevo, nulla era cambiato nel Paese: il suo successore aveva mantenuto inalterato il potere seguendo la stessa politica di chi lo aveva preceduto.
"Halk, watan, Turkmenbashi", "Il popolo, la nazione, io".

Nel 1999 quel signore si era fatto una legge che lo proclamava Presidente vita natural durante. Ricco di petrolio e, soprattutto, di gas naturale il dittatore è riuscito a non farsi contaminare dai soliti "esportatori di democrazia". La complicata situazione politica, tuttavia, non tocca l'ospite il quale, anche complice l'assenza del turismo di massa, viene accolto con calore e rispetto che, se ricambiato, gli apre tutte le porte.

La prima sera ero già ospite cena della famiglia di uno dei compagni di viaggio; conosciuta sul treno notturno Turkmenbashi-Asgabat la bella indigena Nasiba mi ospitò e guidò nei due giorni nella Capitale. Compresa un'escursione a casa di un'amica in procinto di sposarsi in un villaggio al di fuori dell'itinerario a me consentito per la tipologia di visto che possedevo.
Da Asgabat direttamente a Turkmenabat, al confine con l'Uzbekistan; un lungo ma affatto noioso viaggio nel deserto in taxi, con l'autista che non parlava una sola parola d'inglese, ma col quale entrai rapidamente in simpatia. Era già l'ultima sera per me in terra turkmena, l'indomani scadeva il visto a avrei dovuto, a malincuore, lasciare il Paese. In città soltanto tre hotel. Uno chiuso, uno indecente, uno carissimo. E allora il tassista propose di ospitarmi nella sua casa, in un villaggio a venti km a nord della città, sconfinando per la seconda volta.
Tanta tristezza dover lasciare il Turkmenistan così in fretta;
"See you again", il saluto con un sorriso del doganiere alla frontiera di Farab, mentre timbrava il mio passaporto.





"The show must go on": alle 14,30 del 23 dicembre diventavo uzbeko, e non farò troppa fatica immergermi nella nuova reatà, nonostante l'impatto problematico. Al di fuori dell'area doganale, in pieno deserto. nessun mezzo pubblico disponibile, ma solo taxi che offrivano il servizio a prezzo oltraggioso. La classica scena dell'osso ai cani, io nella parte dell'osso, mentre loro litigavano per conquistare la preda.
Dovrò avere pazienza, seduto a leggere il mio librino, ed attendere altri passeggeri per venirne a capo e raggiungere Bukhara, dove resterò tre giorni. Il primo dedicato alla logistica e al riposo; il secondo all'effettiva visita della città, ritrovando dopo tempo che non ne vedo qualche turista; Bukhara è affascinante: la piazza della "vasca", le splendide madrase piastrellate d'azzurro, i minareti. E ancora l'Ark, le moschee, il bazar dei tappeti, il mercato. Piccoli flash di com'era la vita negli anni d'oro della "Via della Seta".

Il senso di pace provato nei minuti trascorsi seduto sui gradini della Moschea Kolon a leggere in una notte di luna piena, non fredda, in completa solitudine, rimarrà tra i momenti più belli di quel viaggio.

L'ultimo giorno mi spingerò in periferia e nei villaggi e poi in marcia verso sudest. Prima tappa, in treno, a Karshi, poi taxi e marshrutka, fino a Termiz, la città al confine con l'Afghanistan. Mi fermerò davanti al filo spinato che separa i due Paesi, ma quattro anni dopo entrai in Uzbekistan proprio da quel lato.
Quella volta dovetti ritornare a nord:
"percorrendo la strada dorata che porta a Samarcanda" (J.Fecker),
anche se la carrozza che mi trasporterà sarà trainata da potenti locomotori diesel, invece che da cammelli e asini.
La maestosità del Registan lascia senza fiato, ma l'anno nuovo lo aspetterò a Navoy ospite di una famiglia conosciuta al mercato della città in pomeriggio.
Tredici ore di treno nel deserto la notte di Capodanno per raggiungere l'altra perla dell'Uzbekistan: Khiva. Il tempo è tiranno e purtroppo non c'è tempo per vedere le imbarcazioni abbandonate sul lago d'Aral. Peccato.
Un volo a Tashkent per gli ultimi giorni in Asia centrale. Nella quarta città dell'impero sovietico c'è un meraviglioso museo di vecchie locomotive, nel quale passai un intero pomeriggio. Agli amici fidati ho già chiesto di disperdere parte delle mie ceneri in quel sito.
Restava solo il tempo per l'ultimo shashlik, comprare un colbacco al gigantesco Chorsu bazar ed è ora di tornare in area Schengen.

Ancora qualche giorno nei Paesi Baltici tra Riga e Tartu; sulla via di casa una notte pure ad Amsterdam e, infine, venerdì 11 gennaio alle 16.30 il "raianair" da Eindhoven non fallisce l'atterraggio a Ciampino.