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Due napoletane in Asia centrale


"Non si viaggia solo con il commercio. Da venti piú caldi sono infiammati i nostri cuori ardenti per la bramosia di conoscere ciò che dovrebbe essere conosciuto. Percorriamo la strada dorata che porta a Samarcanda" (James Elroy Flecker)


Innanzitutto a dispetto di quanto possa credersi, due donne possono viaggiare in Asia centrale
L’arrivo a Samarcanda di notte è subito piacevole. Poche persone fuori l’aereoporto attendono con esultanza la discesa dei turisti dagli aerei come fosse un rito. Tanti i controlli della polizia doganale uzbeka, che hanno il sapore di una affettata burocrazia russa. Col taxi alle 4 del mattino la percezione è quella di trovarsi subito di fronte a una città che lavora in silenzio per preparare il grande mercato agricolo del mattino ,pieno di colori, spezie e prodotti della terra. Donne non più giovani caricano la frutta nelle ceste e si affrettano a sistemarla con una eleganza priva di mezzi. L’albergo che ci ospita è accogliente e con un bazar all’entrata che subito ti fa presupporre il tipo tessuti lavorati in Uzbekistan. Di giorno si può girare attraverso le strade dell’antica Samarcanda per visitare il Registan, maestosa piazza piena di madrase maiolicate con l’azzurro dominante. 
E’ preferibile vederlo pure con le luci notturne. 
Toglie il respiro.



Madrase, mausolei e moschee riempiono Samarcanda con pochi turisti, italiani-spagnoli-francesi , discreti e interessati con un rispettoso silenzio alle meraviglie di queste zone. Poi c’è l’astrolabio di Ugulbech, risalente al 1400, lungo 30 m e costruito per l’osservazione delle stelle. Si può pranzare tanto in cortili all’aperto gestiti in maniera familiare o in ristoranti tradizionali. Preferisco il riso con carote gialle e carne ("Plov") e il pane lievitato in modo particolare chiamato naan. Samarcanda è una città turistica e chi può è dedito al commercio di souvenir o tappeti. 
Il resto dona braccia all’agricoltura. Le donne uzbeke sono dignitose, non urlano e non le senti lamentarsi. 
Sembra che tutte partecipino all’economia domestica. Si sposano prestissimo e fanno figli nel numero di due, massimo tre. La loro religione è l’Islam ma non è vissuta in modo integralista. Il velo non è consentito.
I bambini ti guardano con occhi divertiti. Per loro sei diverso. Un alieno. Un occidentale. 
I loro tratti somatici sono misti: tagiki, iraniani, persiani, mongoli ecc. E’ un coacervo di armonie che non stonano con il caldo del territorio, che in alcuni giorni di luglio ha sfiorato i 50 gradi all’ombra. 
Samarcanda entra nell’animo per i suoi colori vellutati e la geometria delle architetture. Alte, ricamate e solide. 

Bukhara è un cuore che pulsa di storia. Il centro storico presenta edifici vecchi più di mille anni e stagni artificiali di pietra che in passato erano stati riempiti dai sovietici e servivano per l’approvvigionamento di acqua. 
Capitale ai tempi del IX e X sec. Si è sempre dimostrata capace di dare i natali a personaggi come Ibn Sina (scienziato-filosofo) e Firdausi e Rudaki (poeti). Intorno al 1200 fu espugnata da Gengis Khan e dopo cadde sotto l’influenza di Tamerlano che governò a Samarcanda. Anch’essa diventò poi roccaforte dei bolscevichi. Negozi di tappeti e tessuti dominano il centro che la sera si anima come se fosse una festa paesana con tanto di cantante neomelodico e coppie con bambini che passeggiano per trovare aria fresca.
Nella parte vecchia della città ci sta un ghetto ebraico, il che spiega come gli ebrei fossero riusciti a dare alimento alla vita economica della città.
Bukhara è una Samarcanda al quadrato.

Ma la città che mi ha più colpito è Khiva. La parte centrale è rimasta intatta.
Mi ha affascinato di notte con le sue mura, le luci, i vicoli ubbidienti al silenzio.

Infine la capitale -Tashkent- è molto sovietica e scimmiotta troppo le abitudini degli occidentali.