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I racconti di Sasha


"Chissà, magari è vero che la Bielorussia ti rimane dentro e non te ne puoi più liberare. O almeno, io non me ne sono potuto liberare." (A.G.)



Sasha e' un bambino biondo con gli occhi azzuro/verdi. Una fredda notte di gennaio del 2005,
in vacanza a Sharm el Sheik, sognò di ritrovarsi in Bielorussia...
E quel Paese gli piacque tanto perché "magari è vero che la Bielorussia ti rimane dentro e non te ne puoi più liberare".
O, almeno, Sasha non se ne è potuto liberare se non dopo undici sogni, i primi tre con l'amico Pasha.
I primi due me li ha raccontati; le descrizioni sono così intense e mi resta il dubbio che, forse, Sasha in Bielorussia ci sia davvero andato.



Ho fatto un sogno tremendo.
Ho sognato di viaggiare in un Paese dove non ci sono turisti o quei pochi che ci sono non vengono serviti, riveriti, osannati. Un Paese che non considera il visitatore una preziosa merce da sfruttare, a cui mostrare le bellezze e i sogni di un'immagine costruita, ma una persona uguale agli altri, al massimo una presenza diversa vissuta a volte con curiosità a volte con indifferenza, più raramente con fastidio. Un Paese che, allo straniero, chiede di adeguarsi, di adattarsi e di osservare quello che c'è, senza offrirgli paradisi artificiali. Un Paese in cui al turista non si fanno ponti d'oro, ma che - al contrario - ti fa pagare un albergo e un taxi più che a un cittadino locale.

Ho visto un Paese senza monumenti, souvenir e cartoline.

Ho sognato di ritrovarmi, in piena notte, in una stazione di frontiera, con la pioggia che fuori batteva forte e mi impediva di vedere cosa c'era intorno, con l'unica, labile certezza raggiunta guardando le divise dei doganieri e il colore di una bandiera: sono in Bielorussia!

E nel sogno c'era una stazione simile a un labirinto, circondata dai binari, in cui era fatica anche trovare l'uscita, che si è dipinta di familiarità solo per la presenza di un volto amico. Tutt'intorno parole e indicazioni in cirillico e nessuna concessione, anche minima, al linguaggio occidentale. Ho capito che - tra alfabeti e criteri logici diversi - anche un orario dei treni può diventare difficile da leggere, se non abbandoni i tuoi schemi di pensiero. Ed ho compreso che non sempre la stazione centrale è la più grande.
E in compagnia di quel volto amico, ho proseguito questo sogno tremendo.

Ho sognato di chiedere il prezzo di un oggetto, di una stanza d'albergo, di un pasto al ristorante, di una corsa in taxi e mi sono reso conto di quanto possa essere difficile comprendere e farsi comprendere quando non si parla un linguaggio comune, se non si fa uno sforzo per venirsi incontro. E lì ho capito che i gesti e il volto sono la vera risorsa della comunicazione, la sola da cui può nascere una lingua veramente universale.

E poi ho sognato di spostarmi per il Paese, salendo a caso sul primo treno in partenza, senza sapere dove andava, senza sapere dove comprare il biglietto, così...tanto per vedere cosa la sorte mi avrebbe riservato.
E sognando questo sogno, ho viaggiato su treni locali lenti, odorosi di olio bruciato e di umanità, carichi di persone in compagnia dei loro problemi e delle loro vite quasi sempre uguali, quasi sempre monotone, simili in tutto e per tutto al panorama ininterrotto della pianura che quei treni attraversano arrancando sulle rotaie. E ho visto chilometri e chilometri di betulle, intervallate solo da qualche strada sterrata su cui si trascinavano uomini e donne sopra carretti trainati da animali.

Ho sognato di attraversare strade vuote di automobili e piene di malinconia, fra grandi palazzi monolitici e squadrati di cemento, grigi tanto da confondersi con il colore del cielo. E ho sognato di calpestare suoli in cui l'asfalto è solo un lontano ricordo o, peggio, qualcosa che non si è mai visto, camminando fra basse case di legno o di mattoni bianchi, di una povertà sempre dignitosa. Ho sognato di essere sul sedile posteriore di una macchina, di sera, viaggiando attraverso le campagne buie, con la neve che improvvisamente cominciava a venire contro l'automobile spinta dal vento dell'Ovest, mentre due semi-sconosciuti bielorussi tentavano di indovinare una strada che neanche loro mostravano di conoscere bene, cercando di coinvolgere due passeggeri italiani con le loro sole conoscenze in materia di Bel Paese: Juventus, Del Piero, Paolo Maldini... Mentre sognavo, mi domandavo se di lì a poco mi sarei ritrovato a destinazione in città o in qualche magione di campagna depredato dei miei scarsi averi.

Ed ho capito che la fiducia non è una cosa razionale, ma un fatto di sensazioni. E che le sensazioni, a volte, colgono nel segno più della ragione.

Ho sognato di salire - sempre a caso, sempre senza sapere dove andavo - su autobus affollati e vecchi, traballanti ed incerti nel loro procedere, pieni di persone vestite tutte degli stessi freddi colori. E ho dovuto imparare che anche la banale macchinetta obliteratrice di una nostra linea urbana può rappresentare un traguardo tecnologico difficile da raggiungere... E alle fermate, come nelle strade, nei pochi e squallidi bar, nei ristoranti quasi deserti, ho sognato di vedere gente di ogni tipo, che ascoltava incuriosita e a volte interdetta una lingua diversa dalla loro. Ho sentito i loro sguardi addosso, ma non la paura.

In questo sogno ho visto tanta gente. Gente, specialmente uomini, che non era ben vestita, che non sorrideva per forza, che non affollava locali, il cui unico divertimento - o se vogliamo l'unico rifugio - sembrava essere l' alcool. Ho visto uomini segnati dal lavoro e dalla vodka. Uno di questi, nel mio sogno, si avvicinava a noi e ci tormentava chiedendo aiuto per ottenere un lavoro in Italia. Ed ho capito che a volte, tra i fumi dell'alcool e gli stenti di una vita, la speranza può assumere qualsiasi volto, anche quello assolutamente inaffidabile di due semplici italiani capitati a caso su un treno. Mi pento un po' di avergli regalato una vana speranza, offrendogli un finto biglietto di raccomandazione per il nostro Presidente del Consiglio, anche se eravamo solo in un sogno.

E nel sogno ho anche visto tante donne. Donne spesso prive del rispetto del maschio locale, a volte addirittura umiliate. Ascoltando le loro storie difficili, tristi, mi indignavo in nome di un mancato senso di giustizia. Le ho viste per quello che sono veramente, mai sopra le righe, sempre gentili nei modi, eleganti anche nell'estrema semplicità, spesso coraggiose e di una bellezza disarmante, anche difficile da raccontare.

Come difficili, impossibili da raccontare, sono quei due occhi marroni, incastonati fra due lunghe onde di capelli biondi, che mi sono penetrati nel cuore come un coltello nella carne.

E poi ho visto i giovani, aperti al dialogo e alla diversità, benevolenti ed ansiosi di conoscere, di sapere, di parlare, disponibili verso lo straniero, ma ho anche visto la proverbiale ospitalità bielorussa fermarsi sulla porta del ristorante "Zio Pepe". Ed ho imparato che, a volte, i nomi sono importanti.

Poi per fortuna il sogno è finito e mi sono risvegliato.
Ed ero nel mio letto tranquillo, in un albergo a 5 stelle di Sharm el Sheik, mentre in sottofondo la voce stridula dell'animatore annunciava l'inizio delle attività di giornata.
Ho aperto un occhio. Ho allungato un braccio fuori dal lenzuolo.
Poi mi sono girato dall'altra parte e ho voluto riaddormentarmi.






























La seconda volta comincia dove finisce la prima. Perché forse la prima non è mai finita.

Chissà, magari è vero che la Bielorussia ti rimane dentro e non te ne puoi più liberare. O almeno, io non me ne sono potuto liberare. E non sto a chiedermi se ad entrare dentro di me e a scolpirsi indelebile siano stati il suo sorriso meraviglioso o il cuore della gente o le immagini che mi sono passate davanti agli occhi giorno dopo giorno, o quel senso pervasivo di vivere una realtà completamente diversa.
So solo che è così.

Mi sono liberato dei boulevard parigini, della notte madrilena, degli odori delle campagne francesi e dell'aria umida dell'Atlantico, persino delle stravaganze londinesi. Mi sono liberato di tanti posti. Ma non riuscirò a liberarmi delle strade in mezzo ai boschi di betulle, di quel verde che la primavera comincia a dipingere con un'intensità più forte, di quelle piccole case in mezzo alla campagna e della visione dei grandi "bloc", del sapore del draniki, di quei visi di donne anziane segnate dalla povertà, dello sguardo pulito dei bambini, dell'odore delle case e dei tappeti che le ornano, della luce del giorno che entra nella tua camera e ti sveglia, dell' immagine, forse effimera, di efficienza ed ordine che ti lascia un kholkoz.
E di tante altre cose.

La seconda volta, in fondo, dovrebbe essere diversa. Né migliore né peggiore. Diversa. La familiarità coi luoghi è nemica dell'avventura, ma consolida la conoscenza. Il già visto toglie emozioni, ma regala conferme e quel po' di serenità in più necessaria ad assorbire al meglio le esperienze, a farle tue senza condizionamenti. Eppure la seconda volta funziona un po' come nella vita, quando cerchi di guardare la stessa cosa da un'angolazione diversa e scopri che in fondo, vista dalla parte opposta del crinale, anche una montagna non sembra (e forse non è) la stessa. La mia, la nostra seconda volta, quell'angolazione diversa ce l'ha avuta. Non più la visione laterale di un finestrino del treno, ma quella frontale di un automobile. E da quell'angolazione diversa abbiamo scoperto cose nuove, confermato impressioni e sfatato luoghi comuni. In fondo viaggiare dovrebbe servire anche a questo.

Anche la frontiera non è la stessa la seconda volta. Non sei un numerino della tombola, pronto ad essere estratto a sorte e appoggiato sul tabellone, come su un treno o su un autobus. Sei un obiettivo preciso e concreto, che si muove su un mezzo privato e come tale "sospetto" per definizione. Devi armarti di pazienza, prepararti a scrivere più volte le stesse cose, aspettare tutti i controlli ed affrontare le domande, anche quelle con risposta ovvia del tipo: "portate armi con voi?". La tentazione, tutta illuministica, di rispondere: "se abbiamo le armi lo veniamo a dire te?" è meglio soffocarla. Inutile dire che ogni momento di questa trafila, dal librone dei visti sfogliato a mano, pari per volume a un tomo della Britannica, alla pausa cena del doganiere che devi aspettare pazientemente in fila, lascia la sensazione di una inutile perdita di tempo per te e per loro, che magari la pensano esattamente come te. Non è difficile immaginare che il losco passa su ben altre strade ed ha facce ben diverse.

Se vuoi sfatare i luoghi comuni, la seconda volta è il momento migliore, più della prima. Essere inseguiti, in un Paese straniero e in piena notte, dalla macchina della polizia che sostiene di averti intimato l'alt a un posto di controllo e ti accusa di aver superato il limite di velocità di ben tre chilometri orari, non è un'esperienza rassicurante. La sorpresa può arrivare quando sei già con le mani al portafoglio, pronto a pagare la tangente che mille racconti e letture ti hanno insegnato a mettere in conto in certe circostanze. E anche l'ammonimento - in apparenza severo - "state più attenti, la prossima volta potrebbero spararvi addosso" - non riesce a toglierti di dosso una strana sensazione in cui si mescolano la consapevolezza della propria fortuna, una precisa impressione di aver incontrato due persone dal volto umano - nonostante le apparenze - e un interrogativo di fondo: "saranno mica queste due facce da cialtroni, ormai internazionalmente riconosciute, che tutto sommato ci fanno benvolere?".

La seconda volta, forse più della prima, insegna anche che i libri e le parole scritte vanno misurate nella realtà; che chi dà notizie riporta solo uno dei tanti punti di vista possibili sul mondo; che è bello confermare dal vivo una descrizione o un'informazione letta, ma è altrettanto bello poter dire: "beh, forse su questa cosa, quel tizio si è sbagliato". Insomma, la seconda volta, insieme ai luoghi comuni, ti consente di sfatare i pregiudizi. Quelle strade dipinte come malridotte e pericolose si sono rivelate tranquille e tutto sommato in buone condizioni. Quelle campagne descritte come degradate e squallide, si sono rivelate punteggiate di villaggi, poveri, ma dall'apparenza serena. E soprattutto, la pesante e grigia architettura sovietica, non è la costante di ogni centro abitato, perché piccole cittadine o paesi carini e ben tenuti ce ne sono eccome. In fondo non è molto diverso da quello che succede da noi, dove il brutto sta soprattutto nelle grandi città. Mai fidarsi troppo di qualcosa che sembra acquisito: questo insegna la seconda volta. La confidenza con i luoghi, forse ancora più che con le persone, è un qualcosa che va gustato sì, ma con parsimonia. Esagerare, significa fare indigestione. Può capitare di pagare la stessa stanza di albergo otto volte più della prima volta, può capitare di andare in un luogo e non trovare quello che ti aspettavi, può capitare di fare una strada ad occhi chiusi e ritrovarsi dalla parte opposta rispetto alla meta. E la confidenza si paga.

Se c'è una cosa che la seconda volta ti consente di dire, è che la proverbiale ospitalità bielorussa non è un modo di dire o una fugace descrizione di un popolo, buona per una guida turistica. Una volta di più sono le persone che fanno la differenza, e le persone incontrate sono state generose, accoglienti, per nulla diffidenti, pronte a offrire quello che hanno, anche a scapito della capacità di accoglienza del tuo apparato digerente. Ma la seconda volta ti permette anche di confermare che la stessa ospitalità continua a fermarsi sulla porta del ristorante "Zio Pepe"; a volte la prova di appello non funziona.

Ma soprattutto, ed è la cosa più importante, la seconda volta insegna che - pur tra i problemi, le difficoltà, i casini della quotidianità, ma anche la voglia di scoprire posti nuovi - ce ne sarà presto una terza.