WANDERLUST

"Puoi leggere tutti i libri del mondo, ma le migliori storie sono tra le pagine del tuo passaporto"


Pare sia una malattia il desiderio di viaggiare. Se e' cosi' sono malato, I sintomi ci sono tutti:

-Il mio pensiero è fisso il prossimo viaggio; se resto per più di quattro mesi nello stesso luogo sopraggiungono attacchi d'ansia che aumentano finché non ho comprato un biglietto aereo; il mio passaporto è SACRO, custodito e curato come un figlio. I cinque già completati, riposti nel cellophane.

-Ai vestiti firmati e all'automobile nuova/pulita, preferisco il piacere delle grandi emozioni che regala, ad esempio, esplorare a piedi una città al mattino presto prima che si svegli; prendere un autobus urbano di linea senza meta, mangiare in strada nei mercati di periferia. Vedere gli amici che indossano abiti di marca inevitabilmente innesca il confronto:
"la giacca Armani è un volo A/R per la Georgia"; "le Hogan equivalgono a tre giorni a Legazpi...".

-Ho dormito in treno, bus e aeroporto un numero di volte quasi pari a quelle di un homeless di professione; uno scalo di dieci ore è risorsa preziosa, piuttosto che perdita di tempo.

-Chi è affetto da questo "male" nel momento in cui conosce una persona nuova, la prima domanda che gli pone è: ‘Da dove vieni?’. Si informa sulla sua terra, i posti che ha visitato, come viaggia: per scoprire ciò che può avere in comune con lui. Sa dire ‘ciao’ e ‘grazie’ in più lingue, perché riconosce l’importanza di salutare e ringraziare gli altri nella loro lingua. Impara a conoscere e si adegua agli usi, costumi e cultura dei luoghi che visita. E li rispetta.

-Non ci si lamentiamo di sciocchezze come il jetlag; siamo semplicemente infastidito da idiozie quali: "Si, ma il Kirghizistan e' pericoloso" ; "Sì, ma in Siberia fa freddo/ Sì, ma in Indonesia fa caldo", "Sì, ma in Slovacchia si mangia male".

-In libreria, ci dirigiamo senza esitazione verso la sezione viaggi, per sfogliare guide, ma anche frasari, qualsiasi cosa possa essere di qualche ispirazione per la prossima partenza o riprovare le emozioni dei viaggi precedenti.



IL SETTIMO PASSAPORTO


Giovedì, 19 ottobre 2017, ore 10,30, il telefono:
"Buongiorno, Commissariato di polizia di Osimo, Marotta Paolo?"
"...Mi dica"
"Si presenti domani alle 11,00 nei nostri uffici con il suo passaporto".

Di buon mattino, alle 10,58 del giorno indicato ero nella saletta di attesa del commissariato della 'Città dei senza testa'.
Alle 11,03, da uno dei due sportelli, una voce femminile:
"Chi è il prossimo italiano in fila?"
"Io. Ma sono napoletano, prima che italiano -dico- va bene lo stesso?"
"Lei tutto non può essere. Italiano o napoletano, decida"
"Che dubbio c'è? Napoletano!"
"Passaporto, prego (non faccia il buffone n.d.r.)."
Con la mano tremante, porgo all’ufficiale in divisa il mio fedele -da 4 anni e sette mesi- compagno di viaggi, ma la poliziotta, senza empatia, me lo strappa quasi di mano, lo apre immediatamente e con un pennarello nero scrive in stampatello, imbrattando le pagine 2&3:

"REVOCATO"

Mi manca il respiro, miracolosamente riesco a trovare la forza di deglutire per soffocare le lacrime, riesco a stento a farfugliare: "Perché... perché?"
"Guardi signor Marotta, a noi risulta che lei ha un altro passaporto in scadenza marzo 2018..."
"Certo, quello era il quinto...!"- la interrompo-
"...e adesso questo che scade nel 2023. Lei ne richiede uno ogni 4 anni e mezzo."
"Lo ammetto, come negare l'evidenza dei fatti?"
Lo sfoglia e si diverte ad osservare gli stickers dei visti:
"Giappone, Egitto, Bielorussia, Nepal, due volte Indonesia, Laos, Mauritania, Pakistan, India, Iran, Laos...e questi tutti gialli che roba è?
"Papua New Guinea..."
"Ah, due volte. Una non le è bastata"
"Se è per questo nemmeno due."
"In Oceania vedo anche i timbri di Australia, Nuova Zelanda, Isole Solomone...."
"...Repubblica di Vanuatu..."
"Scommetto che in Afghanistan, non c’è stato…"
"Scommessa persa. Nel 2013 entrando via terra dal Tajikistan, provenendo dal Kirghizistan e uscendo verso l’Uzbekistan"
"Insomma Asia centrale, tutta?"
"Purtroppo no, manca il Bhutan"
"Come mai?"
"Sarebbe lunga da spiegare in questa sede".



Qualche istante e poi ricomincia a sfogliare daccapo il mio libretto rosso borgogna, concentrandosi, stavolta, sui timbri.
"Alcuni sono incomprensibili"
"Per me no. Mi chieda e le saprò dire..."
"Sembrerebbe che l'America Centrale sia completa."
"Non sbaglia."
"Ma il Sudamerica no..."
"Non posso che darle ragione: mancano Venezuela, le tre Guyane, Uruguay e Paraguay."
"Dai timbri non riesco a risalire a quanta Europa ha visto."
"Faccio molto prima a dirle quanta non ne ho vista."
"Prego."
"Montenegro, Cipro e Malta"
"Vada avanti".
"E dove vuole che vada. Questo manca."
"E come mai proprio Malta?"
"Doveva essere 'A cento senza Malta'. E così è stato."
"Ma adesso sta a 100dodici, potrebbe anche andarci..."
"Ci penserò"
"Ma un grosso punto debole lei ce l'ha, ne è consapevole?"
"Non infili il coltello nella piaga..."
"Ha qualcosa da dichiarare sul fatto che lei in Africa non è mai stato?"
"Mai stato non è corretto: Marocco tre volte, Tunisia, Egitto; ho attraversato tutto il Sahara via terra da Tangeri a Nouakchott..."
"Si sta arrampicando sugli specchi, avrebbe potuto far molto meglio. La vera Africa è quella subsahariana e solo la Mauritania è poco signor Marotta. Troppo poco"
"Non mi umili, la prego. Mi dia un altro passaporto e proverò a colmare questa lacuna"

"...Vedremo, vedremo."







Cinquanta sfumature di rosso, blu,verde...


In aeroporto la coda al check-in a volte è inevitabile e allora, per ingannare il tempo, mi diverto ad indovinare la provenienza di chi mi sta intorno. Lingua, fisionomia, abbigliamento, modi di fare, sono gli indizi spesso rivelatori, ma è il colore del passaporto, che puntualmente impugnano, a sciogliere eventuali dubbi.
Rosso, blu o verde, in tante sfumature.

I colori spesso hanno a che vedere con le attività politiche, religiose, economiche del Paese. Oppure è quello che lo caratterizza:ad esempio in Nuova Zelanda è "all blacks", dalla livrea della compagnia di bandiera, alla squadra di rugby. Dei "Kiwis" è nero pure il passaporto.
Tutti i passaporti della Comunità Europea sono di colore rosso borgogna (più o meno intenso); come pure quelli di Turchia, Macedonia ed Albania che, alla CEE, aspirano ad aggregarsi.

Sono rossi i passaporti di Cina, Russia e Giappone; rosso, ma tendente all'arancione, quello svizzero.
Il verde è uno dei colore rappresentativi dell'Islam e verdi sono i passaporti di molti Paesi islamici. Ma non di tutti, ad esempio sono blu quelli della "Comunità degli Stati dell'Africa Orientale", pur essendo islamici. Viceversa è verde (più scuro) quello della Corea del Sud che niente ha a che fare con Maometto.
E' blu quello degli Stati Uniti, come pure quello del Canada e dei Paesi del Mercosur, mercato comune dell'America meridionale di cui fanno parte Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela. Il passaporto del Regno Unito è stato blu fino al 1973, quando il Paese entrò a far parte della Comunità Europea. E pare che ritornerà ad essere blu, adesso che ne è uscito.
La "forza" di un passaporto, ossia il numero di Paesi che il suo possessore può visitare senza aver bisogno di Visto, non dipende, necessariamente, dal colore. In cima alla classifica c'è il rosso del Giappone (più o meno 180 i Paesi che i nipponici possono visitare liberamente), il verde coreano (162), il rosso vivo singaporeano (162), il rosso bordeaux europeo e il blu statunitense e canadese.
In coda Pakistan, Siria, Iraq e Afghanistan; gli afghani hanno libero accesso in soli ventiquattro Paesi. Il paese più restrittivo è il Bhutan che concede soltanto ai possesori di passaporto indiano, bengalese e maldiviano l'accesso senza visto, peraltro molto complicato da ottenere per tutti gli altri.

A noi napoletani non va troppo male.
Sono circa 160 i Paesi che possiamo visitare liberamente; anche l'Arabia Saudita aveva aperto al turismo, ma il covid, ovviamente ha sospeso tutto.
Corea del Nord, Turkmenistan e Bhutan (il primo spesso chiude le frontiere) permettono solo visite di gruppo e/o con guida. A caro prezzo. Tutti gli altri, tranne in caso di guerra "conclamata", il visto, in un modo o l'altro, lo concedono. A dicembre 2017 sono stato nella regione curda dell'Iraq e non ho avuto alcuna noia burocratica. Il visto per la ragione araba avrebbe richiesto soltanto del tempo, che non avevo.



Chi mi ha fatto "penare" di più è stato il Turkmenistan: dopo una lunga "battaglia" con il consolato di Vienna, sono riuscito ad ottenere il visto di transito di cinque giorni, non prima di aver dimostrare che provenivo dall'Azerbaijan ed ero diretto in Uzbekistan, indicando i punti di entrata, uscita e l'itinerario che avrei percorso (che, ovviamente, solo in parte ho rispettato) nel loro Paese.
Il Pakistan è quello che mi ha chiesto più documenti (incluso i movimenti del mio conto corrente degli ultimi tre mesi), prima di sottopormi ad un colloquio in lingua inglese;
prima domanda:
"Why do you want to visit Our Country?"
Gli ho sparato una piccola parte del paginone di Wikipedia e la strada è stata subito in discesa...
Più semplice -e non lo credevo- ottenere il visto per l'Afghanistan. La simpatica ragazza romana che nel 2012 lavorava all'ufficio consolare, all'interno dell'ambasciata, nello stupendo edificio in stile "Liberty" circondato da un giardino straordinario in via Nomentana a Roma, mi fa:
"Tu sei il terzo pazzo che richiede il visto turistico quest'anno".
Era il 15 dicembre...
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