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Il curioso caso di


CEUTA e MELILLA

"Due pezzi d'Europa in nord Africa"



A Tangeri per l terza volta, con un comodissimo volo diretto Ryanair da Roma Fiumicino. La città sempre più viva, rumorosa, interessante. Ma anche autentica. Continua a essere profondamente maghrebina nonostante l'evidente l'influenza spagnola.
Ho passeggiato nella Kasbah e sul bellissimo lungomare affacciato sullo stretto di Gibilterra; m"perso" nel souq di sera, dove gli spacciatori hanno dimostrato una tenacia degna di un reparto commerciale:
"Hashish? Coca?"

Da Tangeri escursione in treno di un giorno ad Assilah. Una piccola perla sull'Atlantico: vicoli immacolati, case bianche e azzurre, mura portoghesi, artisti, caffè con terrazze vista oceano e l'immancabile tè alla menta, che in Marocco è molto più di una bevanda: è quasi un rito.
Tappa successiva, Tétouan, con la sua medina, patrimonio UNESCO: un intrico di vicoli bianchi, cortili nascosti e botteghe artigiane che conservano un'atmosfera meno turistica di quella di altre città imperiali.
Ancora più a est, Fnidq, sorprendentemente interessante.
Infine Ceuta: ultima tappa africana prima del ritorno in Europa. Passaporto. Polizia. Dogana. Un corridoio stretto, sormontato dal filo spinato, che obbligava a procedere in fila indiana fino al varco successivo. E, subito dopo, ritrovarsi improvvisamente circondato da insegne, cartelli e pubblicità esclusivamente in spagnolo. I bar avevano dimenticato il tè alla menta per lasciare spazio a caffè, birra e tapas. Niente più profumo di tajine o couscous, ma jamón, tortilla e croquetas. L'architettura aveva cambiato volto: balconi, condomini, rotatorie, uffici pubblici.
Una qualsiasi cittadina dell'Andalusia pur essendo chiaramente ancora in Africa.
Davvero in Andalusia ci andai soltanto il giorno dopo, con un moderno traghetto di Balearia diretto ad Algeciras.
Algeciras non è una città che conquista al primo sguardo. È soprattutto un grande porto, un luogo di passaggio, affacciato su una delle rotte marittime più trafficate del Mediterraneo. Ma basta guardare oltre il porto per capire di essere in un posto particolare: dall'altra parte dello Stretto, infatti, c'è ancora l'Africa.

Da Algeciras il viaggio proseguì verso Gibilterra, altra anomalia geografica e politica sopravvissuta ai secoli. Basta arrivare alla frontiera per rendersi conto dell'assurdità della situazione: sei in Spagna, attraversi un controllo di frontiera e, pochi metri dopo, sei nel Regno Unito. Passaporto, polizia britannica, cabine telefoniche rosse, targhe inglesi, sterline e la guida a sinistra.
E tutto questo su una piccola penisola attaccata alla Spagna, ai piedi di una gigantesca roccia che domina lo Stretto.

Ma perché c'è un pezzo di Regno Unito qui?
La risposta sta in una guerra di oltre tre secoli fa. Nel 1704, durante la guerra di successione spagnola, Gibilterra fu conquistata da una flotta anglo-olandese. Nel 1713, con il Trattato di Utrecht, la Spagna la cedette formalmente alla Gran Bretagna. Da allora è britannica, nonostante Madrid continui a rivendicarne la sovranità.
Una di quelle stranezze della storia che sulle mappe sembrano quasi un errore di stampa.


Dopo Gibilterra, il viaggio proseguì fino a Malaga. Qui niente frontiere, enclave o anomalie geopolitiche. Solo una bella città andalusa, vivace e piacevole, con un centro storico pieno di vita, un porto completamente rinnovato e un lungomare che invita a passeggiare senza fretta. E, soprattutto, una cucina capace di chiudere degnamente il viaggio: pesce, tapas, jamón e tutto quello che ci si aspetta dall'Andalusia.
Da Malaga, infine, il rientro a casa con la solita, tutto sommato affidabile low cost irlandese.



Noi occidentali siamo davvero strani.
Abbiamo una regola non scritta che troppo spesso ci accompagna da secoli:
quello che è mio è mio, quello che di buono appartiene agli altri, in qualche modo, facciamo di tutto perché diventi nostro.
È una delle nostre tante contraddizioni.
Non ci piace l'emigrazione africana verso la nostra Europa. Difendiamo i confini, costruiamo muri, alziamo barriere. Eppure la storia ci ricorda che per secoli anche gli europei sono emigrati in massa.
Sono partiti in cerca di lavoro, fortuna e una vita migliore. E, troppo spesso, hanno lasciato dietro di sé non solo ferrovie, città e sviluppo, ma anche guerre, sfruttamento e profonde ferite.
L'America da millenni viveva il suo complesso intreccio di civiltà, popoli, guerre e alleanze. Finché, nel 1492, arrivammo noi a "scoprirla". E fu l'inizio di un processo che avrebbe portato alla fine di molte civiltà americane.

Ceuta e Melilla sono due città spagnole in territorio africano. A tutti gli effetti geograficamente Africa, ma politicamente Europa.
Sono il paradosso perfetto della nostra geografia politica. È lì che migliaia di africani cercano di entrare ogni anno. Non per conquistare l'Europa. Semplicemente perché l'Europa è già lì,
in Africa.
E noi, naturalmente, li respingiamo. Una scelta razionalmente comprensibile. Nessun continente può accogliere senza limiti chiunque voglia arrivare. Pensare di poter aprire le frontiere senza regole, senza criteri e senza una gestione seria dei flussi migratori sarebbe pura follia.

La questione migratoria è reale e complessa.

Ma la domanda è un'altra.
Se non vogliamo gli africani in Europa, perché continuiamo a volere l'Africa in Europa? Il coltan della Repubblica Democratica del Congo, ci serve. Il cacao della Costa d'Avorio, ci piace. Il pesce, il ferro e altri minerali della Mauritania, risorse preziose.
Gas e petrolio di Nigeria e Mozambico, non si discutono.
Sappiamo noi come utilizzarli: abbiamo le competenze, i capitali e soprattutto una lunga esperienza nel "valorizzare" le risorse altrui.
In compenso, verso l'Africa spesso prendono la strada opposta i nostri rifiuti. Tra questi tonnellate di scarti elettronici che finiscono, direttamente o indirettamente, nelle immense discariche a cielo aperto del Ghana. Le loro risorse attraversano tranquillamente il Mediterraneo.
Le persone, invece, no.














Forse, prima di dire agli africani di togliersi dalle nostre frontiere, dovremmo chiederci se non sia arrivato il momento di togliere noi le mani da casa loro.

A cominciare da Ceuta e Melilla. E Mayotte.