Il curioso caso di
CEUTA e MELILLA
"Due pezzi d'Europa in nord Africa"
Noi occidentali siamo davvero strani.
Abbiamo una regola non scritta che troppo spesso ci accompagna da secoli:
quello che è mio è mio, quello che di buono appartiene agli altri, in qualche modo, facciamo di tutto perché diventi nostro.
È una delle nostre tante contraddizioni.
Non ci piace l'emigrazione africana verso la nostra Europa. Difendiamo i confini, costruiamo muri, alziamo barriere. Eppure la storia ci ricorda che per secoli anche gli europei sono emigrati in massa.
Sono partiti in cerca di lavoro, fortuna e una vita migliore. E, troppo spesso, hanno lasciato dietro di sé non solo ferrovie, città e sviluppo, ma anche guerre, sfruttamento e profonde ferite.
L'America da millenni viveva il suo complesso intreccio di civiltà, popoli, guerre e alleanze. Finché, nel 1492, arrivammo noi a "scoprirla". E fu l'inizio di un processo che avrebbe portato alla fine di molte civiltà americane.
Ceuta e Melilla sono due città spagnole in territorio africano. A tutti gli effetti geograficamente Africa, ma politicamente Europa.
Sono il paradosso perfetto della nostra geografia politica. È lì che migliaia di africani cercano di entrare ogni anno. Non per conquistare l'Europa. Semplicemente perché l'Europa è già lì,
in Africa.
E noi, naturalmente, li respingiamo. Una scelta razionalmente comprensibile. Nessun continente può accogliere senza limiti chiunque voglia arrivare. Pensare di poter aprire le frontiere senza regole, senza criteri e senza una gestione seria dei flussi migratori sarebbe pura follia.
La questione migratoria è reale e complessa.
Ma la domanda è un'altra.
Se non vogliamo gli africani in Europa, perché continuiamo a volere l'Africa in Europa? Il coltan della Repubblica Democratica del Congo, ci serve. Il cacao della Costa d'Avorio, ci piace. Il pesce, il ferro e altri minerali della Mauritania, risorse preziose.
Gas e petrolio di Nigeria e Mozambico, non si discutono.
Sappiamo noi come utilizzarli: abbiamo le competenze, i capitali e soprattutto una lunga esperienza nel "valorizzare" le risorse altrui.
In compenso, verso l'Africa spesso prendono la strada opposta i nostri rifiuti. Tra questi tonnellate di scarti elettronici che finiscono, direttamente o indirettamente, nelle immense discariche a cielo aperto del Ghana. Le loro risorse attraversano tranquillamente il Mediterraneo.
Le persone, invece, no.
Abbiamo una regola non scritta che troppo spesso ci accompagna da secoli:
quello che è mio è mio, quello che di buono appartiene agli altri, in qualche modo, facciamo di tutto perché diventi nostro.
È una delle nostre tante contraddizioni.
Non ci piace l'emigrazione africana verso la nostra Europa. Difendiamo i confini, costruiamo muri, alziamo barriere. Eppure la storia ci ricorda che per secoli anche gli europei sono emigrati in massa.
Sono partiti in cerca di lavoro, fortuna e una vita migliore. E, troppo spesso, hanno lasciato dietro di sé non solo ferrovie, città e sviluppo, ma anche guerre, sfruttamento e profonde ferite.
L'America da millenni viveva il suo complesso intreccio di civiltà, popoli, guerre e alleanze. Finché, nel 1492, arrivammo noi a "scoprirla". E fu l'inizio di un processo che avrebbe portato alla fine di molte civiltà americane.
Ceuta e Melilla sono due città spagnole in territorio africano. A tutti gli effetti geograficamente Africa, ma politicamente Europa.
Sono il paradosso perfetto della nostra geografia politica. È lì che migliaia di africani cercano di entrare ogni anno. Non per conquistare l'Europa. Semplicemente perché l'Europa è già lì,
in Africa.
E noi, naturalmente, li respingiamo. Una scelta razionalmente comprensibile. Nessun continente può accogliere senza limiti chiunque voglia arrivare. Pensare di poter aprire le frontiere senza regole, senza criteri e senza una gestione seria dei flussi migratori sarebbe pura follia.
La questione migratoria è reale e complessa.
Ma la domanda è un'altra.
Se non vogliamo gli africani in Europa, perché continuiamo a volere l'Africa in Europa? Il coltan della Repubblica Democratica del Congo, ci serve. Il cacao della Costa d'Avorio, ci piace. Il pesce, il ferro e altri minerali della Mauritania, risorse preziose.
Gas e petrolio di Nigeria e Mozambico, non si discutono.
Sappiamo noi come utilizzarli: abbiamo le competenze, i capitali e soprattutto una lunga esperienza nel "valorizzare" le risorse altrui.
In compenso, verso l'Africa spesso prendono la strada opposta i nostri rifiuti. Tra questi tonnellate di scarti elettronici che finiscono, direttamente o indirettamente, nelle immense discariche a cielo aperto del Ghana. Le loro risorse attraversano tranquillamente il Mediterraneo.
Le persone, invece, no.













