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L'inferno di Port-au-Prince


"Chi teme ogni nube, non partira' mai" (Paul Morand)"


In viaggio nelle grandi città, noi napoletani, siamo largamente avvantaggiati. Tutto quello che vediamo -e che accade- altrove, molto probabilmente lo abbiamo già visto -ed è accaduto-, a Napoli.
Nel bene e nel male.

Pero' la prima volta a Bucarest, nel 1988, non fu cosi' semplice. Adesso la Capitale rumena sembra Parigi, ma non ai tempi di Ceausescu; era agosto, il caldo torrido scioglieva l'asfalto dei marciapiedi e fu un'impresa persino trovare una mappa della citta'. E quel "Vede Lumea" echeggia ancora nella mia mente.

Ancora piu' impegnativo l'impatto con Phnom Pehn, a cominciare dall'ingresso in citta' provenendo dall'aeroporto con la gente in strada, in rudimentali baracche; e il ritorno repentino in albergo per riordinare le idee dopo il primo giro in centro.

E Manila o, meglio, i quartieri Tondo, Divisoria, Caloocan che adesso conosco al punto di non aver bisogno di una mappa. Ma il viadotto della Lrt 2 che termina nel nulla e le baracche degli "squatters" aggrappate ai canali laterali del fiume Pasig, perennemente ricoperti di immondizia (e di topi) sono ancora un pugno nello stomaco.

Infine Dhaka. Adoro il modo in cui la "Lonely Planet" introduce la Capitale bengalese:
"È molto più di una semplice città; e' un gigantesco vortice che risucchia tutto e chiunque sia sufficientemente folle da avvicinarsi al suo furioso raggio di azione. E non importa quante volte si sia stati a Dhaka, la sensazione di essere completamente sopraffatti è sempre la stessa...".
Ma le parole non bastano, bisogna trovare modo e coraggio per vedere con i propri occhi. E girare da soli, anche nelle periferie, anche di notte; ed io l'ho fatto, naturalmente.



Purtroppo non ho (ancora) visitato le metropoli dell'Africa Subsahariana dalle quali, forse,
mi aspetto il peggio, ma intanto ho "scoperto" anche io Haiti. Qualche secolo dopo Colombo che sbarcò sull'isola il 5 dicembre del 1492 con la sua "Santa Maria" e la rivendico' prontamente (e ci mancherebbe...) in favore della Spagna, riducendo -col permesso di Dio- in miseria e schiavitù la popolazione indigena dei Taino che in breve tempo fu decimata. E per sopperire alla carenza di manodopera, gli spagnoli cominciarono a deportare schiavi africani, impiegati soprattutto nella ricerca dell'oro; attualmente il 90% dei circa 10 milioni di haitiani e' di origine africana. Haiti è il paese più povero del Continente americano e dell'intero emisfero settentrionale; comunque tra i piu' poveri in assoluto. E se nei primi anni di questo secolo l'economia stava lentamendo migliorando ci ha pensato un terremoto catastrofico, con epicentro a pochi km a sud ovest di Port-au-Prince, il 12 gennaio 2010 a riportarlo indietro. Non si conosce nemmeno la cifra esatta dei morti, che sarebbe compresa tra i 220 e 320 mila; distrutti tutti gli ospedali della Capitale e molti dei palazzi governativi; oltre un milione di persone ha perso la casa e tutto quello che possedeva. Nella seconda citta' piu' colpita dal sisma, Jacmel, un intero edificio scolastico e' crollato mentre era in corso una manifestazione a cui partecipavano tutti gli studenti con i loro genitori e i parenti e gli insegnanti. Migliaia di morti. Mi hanno raccontato che in citta' per settimane si e' sentita la puzza dei cadaveri sotto le macerie non ancora rimosse. E non mancano leggende come quelle di persone che sarebbero sopravvissute mesi sotto le macerie.
Parte (la maggiore, forse) dei fondi economici stanziati per Haiti, sono serviti per finanziare il "business degli aiuti" piu' che realmente aiutare la popolazione. Tuttora i pochi hotel di lusso della citta' sono gonfi di "missionari" e "funzionari" di governi ed organizzazioni occidentali che, certo, qualcosa fanno per Haiti. Ma soprattutto per loro e per chi li manda.
"Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro al letto", la triste conversazione intercettata tra gli impreditori senza scrupoli e dignita' la notte del terremoto aquilano. E chissa' in quanti hanno riso la sera del 12 gennaio 2010, mentre gli haitiani morivano e piangevano.

Sono arrivato a Port-au-Prince da nord, da Gonaives, utilizzando -non so nemmeno come abbia fatto a salire a bordo...- un autobus di studenti di giurisprudenza. L'ingresso nella Capitale non e' per persone dallo stomaco debole e i tassisti alla stazione degli autobus ai bianchi sparano cifre esagerate. Non so se con qualcuno l'avranno spuntata, con me certamente no e ho raggiunto Petionville (il quartiere residenziale) in "Tap-Tap", il loro mezzo di trasporto pubblico, con pochi spiccioli. Ingresso dell'albergo presidiato da guardie armate, ma questo non mi ha sorpreso. Girare per la citta' allo stesso tempo mi ha affascinato e angosciato, per quello che ho visto, per quello che ho sentito. La gente e' arrabbiata, cattiva, disillusa e ce l'ha a morte con i "bianchi", tutti ricchi per definizione.

"Hey blanc, gimme money!"

Le poche volte che sono riuscito ad intavolare una conversazione, immancabilmente, la terza o quarta domanda che mi veniva posta era:

"Which business are you doing here, blanc? Are you getting big money?"...

Port-au-Prince e' stata l'unica citta', finora, nella quale non ho avuto il coraggio di uscire di notte e, nemmeno di giorno, di andare nelle bidonville.

"Ma scusa, visto che sei atterrato a Santo Domingo non potevi andare in uno di quei bei villaggi con animazione in lingua italiana sulle spiaggie della costa orientale di Hispaniola, invece che andare ad ovest?"
"No."

Sono stato ad Haiti a luglio/agosto 2015